Musica 101 – si può parlare di bullismo musicale?

La musica è uno degli elementi che più rappresentano la società: c’è la musica del popolo, c’è quella degli intellettuali, quella delle religioni, quella delle fazioni politiche e così discorrendo. In altre parole: per ogni individuo esiste una manifestazione del fare musicale che meglio lo rappresenta. Nel corso di questi appuntamenti settimanali si è già potuta osservare la grande difficoltà che sussiste nel delineare in modo oggettivo e assoluto un confine netto fra ciò che “vale” e ciò che “non vale”. Purtroppo, nonostante non sia possibile delineare questo confine in modo assoluto, esiste una “discriminazione” fra ciò che è familiare e ciò che non è familiare. Perché? È possibile sia solo mancanza di consapevolezza, di cultura in generale?

Nel corso della storia della musica ci si è trovati di fronte a numerosi casi di “discriminazione musicale”, spesso legati a vere e proprie diatribe sugli stili compositivi. Un caso che viene citato spesso in questo senso è quello relativo alle composizioni di Johann Sebastian Bach, caratterizzate da uno stile estremamente complesso come quello tardo-barocco, in forte contrasto con il nuovo stile “galante” delle composizioni dei suoi contemporanei: Bach era quindi il “vecchio parruccone”, colui che è rimasto ancorato a uno stile vecchio, superato. L’importanza che oggi diamo a un compositore come Bach lo dobbiamo a personaggi come Felix Mendelssohn Bartholdy che a distanza di un secolo riscopriranno la bellezza e la forza di questo compositore. Un altro esempio è quello di buona parte della musica d’avanguardia del primo Novecento, quel “bolscevismo musicale” come viene spesso chiamata nei testi di storia della musica che più si discosta dai valori “quadrati” dei regimi nazionalisti. Di esempi così se ne possono fare veramente a milioni. Tuttavia, il comune denominatore di questi esempi è la mancanza di cultura, di visione culturale d’insieme. Perché?

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, a proposito della sua riflessione sullo Stato, identifica la guerra come un qualcosa di dialetticamente necessario e inevitabile: in altre parole, il conflitto è necessario per la corretta formazione di uno Stato etico poiché prelude a un bene, a un fine superiore. Parafrasando questo concetto, è evidente come, nel corso della storia delle arti (figurativa, musicale, cinematografica, letteraria, eccetera), il conflitto estetico abbia portato alla formazione di nuovi modi di esprimere il proprio pensiero: il primo Futurismo si pone in netta antitesi con il tardo Romanticismo, il contrappunto si contrappone alla semplicità gregoriana, il serialismo elettronico all’elettronica libera e così via. Nonostante il conflitto sia un “motore” del progresso sociale (e culturale), esso sottintende nel suo caos un certo grado di coscienza culturale: anche il movimento dadaista, l’anti-arte, conosce a fondo ciò da cui vuole distaccarsi. Questo concetto, però, non è una cosa facile da mettere in pratica: spesso chi “discrimina” musicalmente qualcosa lo fa per una questione di gusto personale o, in altrettanti casi, a causa della pressione sociale.

Come qualsiasi atto di bullismo, il problema di fondo è la mancanza di cultura e l’incapacità di pensare con la propria testa. Chi ascolta la musica classica è un “nerd”, legato a valori vecchi superati; chi ascolta heavy metal è un satanista e un potenziale serial killer; chi ascolta rap è un reietto sociale, legato ai “valori” della strada; chi ascolta reggae è un drogato, un hippie dei nostri tempi. Tutte queste definizioni, oltre ad essere completamente stereotipate, peccano di consapevolezza culturale. Sì: si tratta solo di mancanza di cultura. Non si tratta di un conflitto “sano”, dialettico in senso hegeliano, funzionale all’evoluzione della società ma di mera ignoranza. In questo senso, il gusto personale rimane in ultima analisi l’elemento discriminante: si diventa consapevoli di cosa non ci piace, fornendo giustificazione critiche, opinabili ma accettabili poiché personalmente giustificate. Attenzione quindi a non essere dei “bulli” musicali: se una cosa “non vale” è un fatto meramente personale e non universale. La chiave del progresso, quindi, sta nel conflitto consapevole, nell’essere capaci di motivare una scelta personale senza però rinnegare la “validità artistica” in senso ampio: leggete, ascoltate, immergetevi nelle cose che non vi piacciono, fatevi tutte le domande del caso e cercate le risposte. Quando ci sarà una visione d’insieme, starà a voi scegliere se essere concordi o discordi con le varie estetiche, coi vari pensieri: libertà di espressione e libero arbitrio rimangono elementi inalienabili, certo, ma bisogna guadagnare questa libertà vincendo sulla superficialità e sull’ignoranza di chi si schiera a prescindere. In altre parole: non siate “bulli”, siate esseri pensanti.

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