Musica 101 – il mio falegname con trentamila lire la fa meglio

Questa settimana vorrei cominciare con una confessione, una presa di coscienza “collettiva”. Non possiamo negare che, almeno una volta nella nostra vita, ci siamo trovati in situazioni in cui abbiamo affermato: «Eh, che ci voleva? Questa cosa potevo farla anche io!». Lo abbiamo pensato o detto ad alta voce tutti, nelle situazioni più disparate: un caffè al bar, un mobile montato male a casa di qualcuno, la scrittura di un libro, una banana appesa con lo scotch su una parete, una parodia virale di una canzone popolare. Lo spunto mi è venuto leggendo il libro di Francesco Bonami “Lo potevo fare anch’io”, dove l’autore ripercorre la storia dell’arte del Novecento attraverso gli occhi di alcuni dei suoi più “stravaganti” protagonisti (giusto per fare qualche nome: Marcel Duchamp, Andy Warhol, Christo, Robert Rauschenberg e tantissimi altri). Da qui, la domanda per la settimana: saremmo stati davvero in grado di concepire (e in certi casi anche perfezionare) un’opera come quella della banana di Maurizio Cattelan o un brano come 4’33” di John Cage (ovvero quattro minuti e trentatré secondi di silenzio)?

Se per la storia dell’arte il libro di Bonami è illuminante, per la storia della musica la questione è più articolata e complicata: esistono infatti più punti dove, nel corso del Novecento, le varie estetiche si scontrano, si contraddicono e si “calpestano” a vicenda. Una delle riflessioni più significative è quella relativa ai nuovi linguaggi dati dalla musica elettronica e la serializzazione e di tutti i parametri del suono: l’avvento dell’elettronica ha infatti permesso di poter organizzare i materiali sonori non solo dal punto di vista dell’altezza, ma anche della dinamica, del timbro, della durata. Ecco quindi come le strutture si arricchiscono e diventano un complesso sistema fatto di formule matematiche, di calcoli, di “pianificazione maniacale”. Le opere che ne escono sono, però, incomprensibili (ne avevamo già parlato in un articolo precedente). Ne consegue che personaggi come Cage si scagliano contro questo sistema, esasperando di fatto l’assurdità del calcolo, abbracciando il caos, l’indeterminazione: in altre parole, facendo musica “a caso”, dove si pianifica il contesto ma non si sa cosa ne uscirà (il cosiddetto “happening”).

Un fenomeno meno “storico” ma ugualmente significativo è quello dato dalla crescente tendenza verso l’home recording, ovvero la produzione di brani “in casa” (ne avevamo parlato più approfonditamente qui). Soprattutto chi si trova alle prime armi può essere tagliato fuori se, a livello tecnico, la cosa è gestita in maniera superficiale: spesso, infatti, confrontando due brani funziona quello meglio costruito tecnicamente e non creativamente. Questo avviene perché si è spostata l’attenzione non sull’opera ma sulla tecnica. Parafrasando un noto trio comico milanese: «Il mio falegname con trentamila lire la fa meglio». Ci sono infatti due prospettive diverse da cui si può analizzare il problema: la prima è il lato tecnico della cosa. Un po’ come nella favola dei tre porcellini, una casa può essere costruita in modi diversi: c’è quella che è costruita peggio e quella che è costruita meglio. Questo approccio all’arte, però, è controproducente: la “Gioconda” di Leonardo e “Monogram” di Rauschenberg sono equamente costruite in maniera egregia, così come “L’arte della fuga” di Bach e “Etude aux chemins de fer” (letteralmente, “studio sulla ferrovia”) di Schaeffer. La seconda prospettiva, più interessante, è quella data dal lato artistico, estetico: il motivo per cui sono state fatte certe cose ha di base una certa intelligenza e una profonda conoscenza dello stato del mondo e della sua rappresentazione.

Potevamo anche noi registrare dei suoni di un treno alla stazione, alterarne la velocità, la direzione e comporci musica? Sì, a patto che avessimo avuto la sensibilità e l’intelligenza di Pierre Schaeffer e i mezzi a disposizione che aveva nel 1948. Allo stesso tempo no, non avremmo potuto farlo perché non siamo Pierre Schaeffer. Potevamo anche noi appiccicare una banana a un muro ed esporla in un museo? Sì, se avessimo l’intelligenza di Maurizio Cattelan e no, perché non siamo Maurizio Cattelan. Il “potevo farlo anche io” è forse la più grande manifestazione di frustrazione di una società sempre più ignorante, culturalmente parlando. Non si sta parlando dello shock iniziale di fronte a un’opera provocatoria o “nuova” al nostro gusto, ma di quel sentimento di accanimento, di rabbia cieca (o sorda, nel caso della musica) di fronte a un qualcosa che non rispecchia la convenzione, la routine. Sta solo a noi colmare questo salto che c’è fra superficialità e profondo amore per un qualcosa che è al momento sconosciuto. Per colmare questo vuoto, è necessario conoscere e saper riconoscere ciò che ci circonda e ciò che è stato parte integrante della nostra vita fino ad oggi: comprendere il passato attraverso gli occhi di oggi per non cadere nel pregiudizio domani. Chiunque avrebbe potuto fare certe cose, ma non le ha fatte poiché incapace di esprimersi in modo differente o di reinterpretare un linguaggio o un determinato argomento. Scommetto che chiunque avrebbe potuto scrivere questo articolo, no? E invece…

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