La lingua ricorda.

La lingua ricorda molto dopo che gli uomini hanno dimenticato“.

Questa frase un po’ sibillina la pronunciò il nostro insegnante del Ginnasio uno dei primi giorni di scuola, parlandoci dell’opportunità di studiare dei cenni di linguistica prima di affrontare il Latino e il Greco e dell’utilità dei medesimi.
Va da sè che non capimmo molto bene cosa intendesse dire. Con gli anni, e col gusto per un certo studio delle lingue antiche e moderne che ci è rimasto da quegli insegnamenti, la cosa è diventata un po’ più chiara.

La lingua parlata crea termini nuovi in continuazione, lo ha sempre fatto. Questi termini contengono, come una carota di ghiaccio fossile, le informazioni sul momento in cui furono creati e le mantengono intatte anche dopo che l’uso comune della parola l’ha legata talmente al significato cui allude da cancellare la consapevolezza di com’era nata. Un esempio? Beh, pensate a tutti i termini che contengono la radice latina ‘pecu‘: pecuniario, peculato ecc. Quanti di noi pensano alle pecore, pronunciandoli? Eppure proprio da pecus vengono, ricordando benissimo – a noi che ce lo siamo dimenticati – quel tempo arcaico in cui il patrimonio non era fatto da soldi, veri o elettronici, ma da bestiame vivo. Così, il politico condannato per peculato si punisce per questioni di denaro, non per quel che il termine realmente significa(va), cioè ‘furto di pecore’ -anche se in effetti la distanza tra un politicante e un comune ladro di bestiame va assotigliandosi ogni anno di più, ma questa è un’altra storia…

Gli archeologi e gli etnologi studiano le lingue vive e morte per risalire alle sedi originarie di un popolo: quel popolo avrà parole sue, nella sua lingua, per descrivere quello che era il paesaggio naturale che gli era familiare quando quella lingua si è formata mentre userà prestiti da altre lingue per nominare alberi, piante, animali, strumenti o ambienti naturali che non conosceva e che incontra nelle sue migrazioni e il cui nome avrà ovviamente udito pronunciare per la prima volta dai nativi del posto. Queste migrazioni di popoli, molto antiche, a volte addirittura primordiali, sono state dimenticate, ma non dalla lingua. La lingua, usando per esempio un prestito da altre famiglie linguistiche per dire ‘mare’, ricorderà così benissimo che quella popolazione, oggi magari rivierasca da millenni , in realtà si formò lontano dalle coste, in un ambiente montuoso.
Così, se una catastrofe avvenisse e tutti i nostri archivi, la nostra memoria storica, la nostra cultura collassasse, vi sarebbe un archivio che nessun blackout, nessun incendio e nessuna catastrofe può distruggere, quello della lingua stessa che parliamo, ogni giorno.

Chiuderò con un esempio più recente, per sottolineare come questa non sia materia solo per eruditi archeologi. Col caldo di questi giorni, senza dubbio molti di voi si faranno una bella insalata e in quasi nessuna mancherà un po’ di pomodoro fresco.
Pomodoro. Questa parola così comune ci racconta una storia precisa, anzi due. Da un lato, il fatto di essere un termine composto, usando categorie note (il pomo e il suo colore dorato), ci dice che questo frutto era ignoto ai nostri antenati e infatti arrivò molto tardi in Europa, con la scoperta dell’America e si affermò come cibo appena nel Settecento. Poi, ci parla di una manipolazione genetica (naturale) come tante fatte dall’umanità, vedi per esempio tutti gli agrumi, derivanti da un unico frutto primordiale, a metà tra un limone e un cedro. Ci dice che il frutto originale era giallo dorato, non rosso. Rosso è stato fatto diventare due secoli fa, forse per rendere più appetitoso alla vista questo frutto guardato ancora con generale sospetto.
Pomodoro. Semplice, semplice: una parola comune, tanta storia dietro e noi che ce la dimentichiamo ogni volta che la pronunciamo fino a farla diventare così comune da non pensarci più. Eppure, come dicevamo, “La lingua ricorda molto dopo che gli uomini hanno dimenticato”.

Buona salata e buona Estate a tutti.

 

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