Winckelmann e il Neoclassicismo triestino. Tra la vocazione e l’espiazione (I parte)

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Orto lapidario e Giardino del Capitano di Trieste, nei mesi scorsi intitolato alla figura di Johann Joachim Winckelmann.

“A Giovanni Winckelmann cittadino di Stendal, soprintendente alla tutela e allo scavo dei monumenti di Roma, al colmo della fama per la sua raffinata cultura, visitata Vienna, mentre si accingeva a tornare nella sede della sua carica, fu assassinato in questa città per mano di uno straniero traditore, il giorno 8 giugno 1768, all’età di cinquanta anni, cinque mesi e trenta giorni. I Triestini con il frutto di una pubblica sottoscrizione fecero realizzare nell’anno 1832 per l’insigne interprete dell’antichità”

(Cit. trad. iscrizione del Cenotafio, redatto da Giovanni Labus)

Anton Raphael Mengs, Johann Joachim Winckelmann, post 1755, New York, Metropolitan Museum

La città di Trieste ha conosciuto l’inizio della sua grande stagione moderna col Settecento: a partire dal 18 marzo 1719, con l’attribuzione dello status di porto franco da parte dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, l’antica Tergeste, limitata sino ad allora ai suoi confini romano-medievali, apre le sue porte a una nuova stagione economica e commerciale, preludio ai fermenti economici e sociali favorevoli delle decadi successive (sino al drammatico 1914) legati anche dalla contemporanea decadenza della vicina rivale Venezia. Ma questo è anche il secolo di un fermento inedito delle arti: in Europa, al pesante Barocco è subentrato il frizzante Rococò che, a sua volta, è convissuto con i permanenti fermenti classicisti che, giovatisi delle nuove scoperte archeologiche romane e nel sud della penisola, sono maturati e raffinati sino a sfociare nel maturo Neoclassicismo. Paradossalmente, in questo specifico contesto la città sull’omonimo golfo è rimasta distante o, quantomeno, temporaneamente sorda. Almeno, sino al drammatico 8 giugno 1768, quando un uomo apparentemente poco appariscente viene assassinato presso la stanza da lui affittata presso la Locanda Grande: quest’uomo è in realtà Johann Joachim Winckelmann, protetto del cardinale Alessandro Albani e fondatore della Storia dell’Arte (ancora limitatamente a quella antica) intesa in senso moderno. Una morte così illustre avvenuta in una località allora quasi sconosciuta non poteva che avere conseguenze profonde: ricordando le lezioni di storia dell’Arte moderna durante gli anni universitari, è tornata alla mente un’osservazione avanzata del professore Giuseppe Pavanello (conoscitore esperto dell’arte neoclassica nei territori veneti e ad essi pertinenti), ovverosia che la città di Trieste si votò al moderno linguaggio neoclassico, nel suo sviluppo urbano e artistico così prossimo al tragico evento, anche quale forma di espiazione verso il defunto, per essere stata il teatro di una tragedia così barbara e inattesa… Un’immagine poetica e assolutamente efficace, che è condivisa da chi scrive, e che sarà il costante fil rouge di uno scritto che, oltre a ripercorrere sinteticamente le tappe di una vita straordinaria quanto breve, esporrà considerazioni generali sulla sua poetica e le sue opere per introdurre una prima riflessione sulla straordinaria stagione del locale Neoclassicismo.

Busto di Johann Joacim Winckelmann, Trieste, Civici Musei di Storia e Arte

“Lo scopo principale però, […] è l’essenza dell’arte, in cui debole è l’influsso della storia degli artisti […]”

(Cit. J. J. Winckelmann, Storia dell’arte nell’antichità, 1764)

Statua di Johann Joachim Winckelmann, Stendal, Winckelmannplatz (Copyright OTFW; Fonte Wikipedia)

Johann Joachim Winckelmann nacque in una famiglia povera il 9 settembre 1717, a Stendal, allora parte del regno di Brandeburgo-Prussia. Dotato di un amore viscerale per la cultura, riuscì a convincere il padre calzolaio ad assecondare le sue aspirazioni e a mandarlo alla locale scuola di latino; grazie a una borsa di studio e a una lettera di raccomandazione del rettore della scuola, potè iscriversi al Köllnisches Gymnasium di Berlino, ove il vicepreside Christian Tobias Damm favorì la formazione del giovane studente (in particolare, era interessato ai classici greci e latini, che imparò assieme alle rispettive lingue). Tornato a Stendal nel 1736, frequentò per qualche tempo la scuola a Salzwedel, per poi iscriversi all’Università di Halle nel 1738 ove studiò teologia (ricevendo l’attestato di studi il 22 febbraio 1740), mantenendosi anche grazie al saltuario lavoro di curatela di diverse biblioteche locali. Sino al 1741 lavorò come precettore privato presso la casa del cavaliere von Grollmann a Osterburg e contemporaneamente continuò gli studi presso l’Università di Jena (qui si interessò agli studi di lingue moderne, matematica e medicina), che però non completò. Nel 1743 divenne vicepreside presso la scuola di Seehausen, carica ricoperta sino al 1748: questo fu per Winckelmann un periodo estremamente duro e difficile, anche dal punto di vista economico. In questo contesto, si inserisce anche l’ “amicizia eroica” che instaurò col giovane Lamprecht, figlio di un funzionario del Capitolo del Duomo di Magdeburgo, che sconvolse emotivamente lo studioso (ed è stata fonte di speculazioni, negli studi successivi sullo studioso, riguardo la sua presunta omosessualità). Nel giugno 1748, divenne bibliotecario del conte Heinrich von Bünau di Nöthnitz (presso Dresda), all’epoca proprietario della più ricca e importante biblioteca privata tedesca, curandone la catalogazione ed esaminando le fonti che il conte stava raccogliendo per realizzare un progetto sulla storia imperiale tedesca (Deutsche Kaiser und Reichshistorie). Accortosi del valore del suo bibliotecario, il conte lo incaricò anche di curare l’elaborazione di alcune parti del testo. La vicinanza alla capitale della Sassonia permise al giovane di conoscere le istituzioni culturali della città sull’Elba: oltre a frequentare l’Università e le biblioteche, potè ammirare alcune delle collezioni artistiche più importanti d’Europa quali la Galleria di Dresda e la locale collezione di sculture antiche, e anche la collezione di antichità di Potsdam (nel 1752). Si interessò anche delle opere degli artisti contemporanei (in particolare, il pittore Johann Gottfried Riedel – direttore della Galleria – e Adam Friedrich Oeser) interessandosi anche alla letteratura contemporanea inglese e francese; frutto della stagione sassone sono i Pensieri sulla Galleria (Gedanken über die Galerie, 1753) e la maturazione del suo interesse (o vera e propria ossessione) del primato culturale e artistico dell’antica Grecia. Desideroso di recarsi a Roma per approfondire le sue conoscenze alla ‘radici della classicità’, nel 1752 iniziò il processo che lo portò alla conversione, promossa dai locali Gesuiti,  al cattolicesimo (11 luglio 1754) per poi ricoprire la carica di abate, avviata grazie all’incontro col nunzio apostolico della corte sassone-polacca Alberico Archinto e il facoltoso medico Gian Ludovico Bianconi. Nel 1754, si trasferì a Dresda, a casa di Oeser, ove iniziò ad organizzare tutti i materiali sino ad allora raccolti: l’anno seguente, pubblicò i Pensieri sull’imitazione dell’arte greca nella pittura e nella scultura (Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke in der Malerei und Bildhauerkunst, 1755), opera con la quale Winckelmann si pose alla testa di una nuova epoca culturale e artistica (quale è l’epoca neoclassica, in cui l’esempio antico – o per meglio dire, greco – è modello dogmatico), in opposizione al gusto rococò ancora vigente presso le corti tedesche ed europee; l’opera fu nuovamente pubblicata, con ampliamenti, nel 1756. La sua opera mise in moto un dibattito culturale dalle inaudite proporzioni, abilmente alimentato dallo stesso Winckelmann: dopo la pubblicazione dei Pensieri, scrisse un pamphlet pubblicato anonimo in cui sosteneva tesi antitetiche rispetto quelle prima sostenute, al solo scopo di conferire maggiore enfasi alla sua posizione, nuovamente sostenuta nella Spiegazione dei pensieri sull’imitazione delle opere greche nella pittura e nell’architettura; e risposta alla lettera su questi pensieri (Erlätuterung der Gedanken von der Nachahmung der griechischen Werke in der Malerey und Bildhauerkunst; und Beantwortung des Sendschreibens über diese Gedanken, 1756).

Angelika Kaufmann, Ritratto di Johann Joachim Winckelmann, 1764, Zurigo, Kunsthaus

La sua opera ebbe un’ulteriore effetto, ovverosia quello di favorire il suo intento di recarsi a Roma (lasciando Dresda il 24 settembre 1755), dove lavorò come bibliotecario di Domenico Pasionei (vicedirettore della Biblioteca Vaticana) e poi di Alberico Archinto, ricevendo anche una pensione versatagli dalla corte sassone (in particolare, il principe Federico Cristiano, che era interessato alle scoperte archeologiche che stavano avvenendo a Roma). Nell’Urbe, Winckelmann potè dedicarsi allo studio delle opere antiche, in particolare quelle sculture che, erroneamente, riteneva essere originali greci, sino a ricoprire la prestigiosa carica di Prefetto alle antichità di Roma, Antiquario apostolico e Commissario delle antichità (carica, un tempo, appartenuta tra l’altro a Raffaello Sanzio); emblematico è il profondo rapporto di amicizia e scambio culturale reciproco instaurato già dal suo arrivo col pittore Anton Raphael Mengs (1728-1779) il quale, secondo alcune ricostruzioni, “condivise” la moglie Margherita Guazzi con lo studioso in un triangolo amoroso. Data la sua fama crescente, compì anche alcune importanti campagne archeologiche nel vicino regno di Napoli (1758): questo primo e autentico contatto con vere testimonianze dell’antica arte greca, sfociate nelle Osservazioni sull’architettura degli antichi, furono uno stimolo al desiderio, mai realizzato, di compiere ulteriori viaggi in Sicilia e nelle terre greche, per ammirare e studiare ulteriormente le antichità greche nel loro contesto di origine; però, a causa della sua fama e del suo approccio agli studi, si inimicò gli studiosi autoctoni del regno. Dal 1759 entrò al servizio del potente cardinale Alessandro Albani, collezionista e uomo politico di rilievo internazionale nonché nipote del papa Clemente XI, che lo accolse nella sua villa sulla via Salaria (ricolma di tesori archeologici), di cui curò gli acquisti antiquari e riordinò la sua biblioteca. La permanenza nella penisola, a diretto contatto con le opere antiche ancora immerse nel loro contesto, diede nuovi frutti: perfezionando costantemente le conoscenze già acquisite tramite i suoi precedenti studi con le campagne di scavo e ricerca a Roma, Napoli e Paestum, Winckelmann maturò la sua opera più famosa, la Storia dell’arte nell’antichità (Geschichte der Kunst des Altertums, 1764), iniziata nel 1756 e costantemente modificata e arricchita sino alla sua pubblicazione (esistono, grosso modo, quattro versioni di tale opera), ponendosi consciamente all’avanguardia nell’ambito degli studi storico-artistici e in aperta polemica con gli esempi precedenti. Ma una tale vita, avventurosa quanto fortunata ed esemplare (date le umili origini dello studioso), non poteva che avere una fine tragica…

Antonio Bosa, Cenotafio di Johann Joacim Winckelmann (parte superiore), 1808-1818 ca, Trieste, Civici Musei di Storia e Arte

Nell’agosto 1767, lo studioso organizzò un viaggio verso la natia ‘Germania’, comunicando il suo entusiasmo agli amici (come testimoniano le lettere ad Oeser); il 10 aprile 1768, partì assieme allo scultore Bartolomeo Cavaceppi (1716-1799) con destinazione gli stati tedeschi, i domini asburgici e la Prussia (per poi attraversare la Svizzera durante il ritorno a Roma) ma, attraversando le Alpi del Tirolo, Winckelmann mutò drasticamente atteggiamento e umore, provando disgusto per quelle terre e quella natura e manifestando un morboso e apparentemente infantile desiderio di tornare subito a Roma. Sotto le insistenti preghiere e i rimproveri del compagno di viaggio, lo studioso acconsentì a recarsi quanto meno a Vienna, ove fu ricevuto dal cancelliere Wunzel Anton von Kaunitz-Rietberg e dall’imperatrice Maria Teresa, che gli offrirono alcune preziose megaglie d’oro e d’argento. A questo punto, le loro strade si divisero: il Cavaceppi continuò il suo viaggio verso la Sassonia, mentre Winckelmann partì il 29 maggio per Trieste con lo scopo di raggiungere Venezia o Ancona via mare. Arrivato il 1 giugno 1768 nel porto asburgico, trovò alloggio presso la Locanda Grande  (dove attualmente sorge il Grand Hotel Duchi d’Aosta), il migliore albergo triestino dell’epoca, affacciato sulla piazza San Pietro e sul porto (alloggiando nella camera n. 10). Qui, incontrò un pistoiese di umili origini e dubbia reputazione, Francesco Arcangeli, suo vicino di camera (n.9) con cui si intrattenne nella settimana seguente tra i caffè, le vie con le loro animate botteghe e l’area portuale. La mattina del 8 giugno, questi assalì lo studioso mentre lavorava all’ennesima revisione della sua Storia dell’arte e lo lasciò esangue nella sua stanza una volta che fu sorpreso dal cameriere Andrea Harthaber; Winckelmann morì il pomeriggio di quell’infausto giorno, in seguito al tentato strangolamento e alle diverse pugnalate ricevute. Johann Joachim Winckelmann, lo storico dell’Antichità e ‘principe del classicismo’, fu sepolto prima nella cripta del Santissimo Sacramento e poi in una fossa comune di una confraternita in una città allora anonima e quasi sconosciuta. Città che, in qualche modo, gli offrì, come tributo e morale compensazione per l’atroce delitto, una vocazione a quel gusto, noto come Neoclassicismo, che lo studioso tedesco contribuì in larga misura a teorizzare.

(fine I parte)

 

Marco Rago © centoParole Magazine – riproduzione riservata

foto: Roberto Srelz; Wikipedia (per le immagini soggette a limitazioni di Copyright, si riportano in didascalia i nomi degli autori e la fonte principale da cui sono tratte).

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