Debora Vrizzi: il ruolo del direttore della fotografia

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Debora Vrizzi, nata a Cividale del Friuli, è una video artista e direttore della fotografia che vive a Roma.

Qual è il ruolo del direttore della fotografia?

Il direttore della fotografia, nel cinema, è quello che crea l’atmosfera di una scena e quindi di un film. Insieme al regista cura l’immagine, il frame, e si occupa anche della parte tecnica: di come realizzare un’inquadratura; ad esempio se ci sono o no dei movimenti di macchina. Perciò deve cercare di risolvere la parte tecnica dell’inquadratura e dedicarsi alla parte creativa: quella della ricerca; ad esempio, come ambientare una scena: se dev’essere drammatica o no oppure un esterno giorno… La parte creativa, quindi, è quella che dà la sensazione alla scena.

Debora Vrizzi - Frame LineNel cinema, il direttore della fotografia è abbastanza libero oppure il regista gli impone delle linee guida?

Dipende molto dal regista: ci sono dei registi che ti permettono di avere con loro un grande scambio di opinioni, di idee e quindi puoi fare molte proposte, altri invece hanno delle idee già molto precise, ferme. In genere, comunque, c’è una collaborazione.
Rimane, però, una differenza tra cinema e documentario: spesso nei documentari faccio anche l’operatore, e il regista mi deve spiegare, prima di iniziare a girare, che cosa vuole vedere in quella scena – che il più delle volte è improvvisata – di conseguenza io divento l’occhio e scelgo cosa vedere, a seconda di quello che è stato stabilito. Perciò, c’è una diversa libertà rispetto ai progetti che si vanno ad affrontare.

Generalmente, nel cinema, si decide che cosa fare prima o durante le riprese?

Dipende. Spesso si definisce prima cosa fare, per una questione anche di tempi e di costi: si ha un tempo molto ristretto per girare alcune scene, che devono essere finite per completare il racconto. A volte succede che si ha un’idea in testa e sul set ci si rende conto che non è possibile realizzarla, per diversi fattori: mezzi, tempi, persone; perciò si è costretti a cambiare in corso d’opera e ad evolvere la situazione. Si cambiano i layout, le cose che si sono fatte; diventano improvvisazioni. Nel cinema, comunque, ci sono più cose stabilite precedentemente.

Quando si è avvicinata al modo del cinema?

Alla veneranda età di ventiquattro anni (ride), prima non seguivo molto il cinema. Studiavo all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ero molto impegnata e dovevo gestire bene il mio budget, quindi andavo al cinema raramente.
Durante la compilazione della tesi ho scoperto il cinema e da lì è nata questa mia passione. Dopo la tesi ho lavorato, per un periodo, come stilista in uno studio a Treviso dove lavoravamo per diversi marchi: creavamo lo stile e poi lo davamo alle diverse aziende. Inoltre, avevamo anche un marchio personale. A Treviso ho cominciato ad andare spesso a vedere dei film e ne ho visti alcuni pazzeschi che mi hanno fatto dire: “Caspita, voglio fare anch’io questa cosa”. E così, mentre facevo la stilista, ho espresso il desiderio di andare a fare la fotografa di scena per un documentario di Christiane Rorato che stavano girando in Friuli. Lì ho conosciuto un direttore della fotografia e un assistente meravigliosi, e mi hanno divertita al tal punto che ho pensato: “Wow, ma questa cosa del cinema è veramente bella!”; ho lasciato tutto per proseguire su quella strada. Ho provato così ad entrare nel Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e mi hanno presa.

A Roma ha frequentato il corso di fotografia tenuto da Giuseppe Rotunno – un importante direttore della fotografia che ha lavorato con grandi registi come Visconti e Fellini. Cosa ricorda di quel periodo?

Rotunno era il nostro tutor principale, poi ne avevamo degli altri. Bisogna riconoscergli – oltre ai suoi capolavori – l’insegnamento della disciplina: ci ha insegnato che il tempo è denaro, perché se tu arrivi tardi su un set, metti a repentaglio un’intera produzione. Su un set non sei solo: ci sono tante altre persone che ti aspettano. Un’altra cosa importantissima che ci ha insegnato è stata quella che “la luce non è bella o brutta, ma giusta o sbagliata”, ossia la luce deve raccontare la storia che devi raccontare. Questo è l’insegnamento fondamentale.
Mi rendo, però, conto che c’è una differenza enorme tra i set che faccio oggi e quelli che ho fatto appena uscita dal Centro Sperimentale; anche se non sono passati molti anni da allora, i mezzi sono tanto cambiati.

I mezzi di oggi facilitano o meno il lavoro cinematografico rispetto a quelli di un tempo?

Non è questione di facilità, è proprio diverso. È chiaro che adesso la democratizzazione del mezzo aiuta sia i registi che i tecnici: hanno subito a disposizione un’immagine, mentre, prima, con la pellicola, era un’altra cosa. Ovviamente, uno è cosciente del mezzo che va affrontando, perché come tecnico – oltre che come creativo – deve sapere quali sono i suoi limiti. Per quanto riguarda l’illuminazione il cambiamento è stato proprio nella tipologia: le luci sono cambiate, i chilowatt a disposizione non sono più quelli di prima, il modo di girare è differente. Una volta, si girava molto in teatro, mentre adesso si gira dal vero, per cui gli spazi sono diversi e non si può ricreare lo stesso tipo di illuminazione del teatro. Naturalmente ci sono dei progetti con budget altissimi e lì si è più liberi di scegliere cosa fare, ma in questo momento stiamo andando sempre di più verso budget irrisori. I progetti che faccio io sono progetti molto interessanti, autoriali, ma sono spesso progetti a basso budget e ci si deve arrangiare: ognuno fa un po’ di tutto.

Mi può citare alcuni registi con i quali ha lavorato?

Qui in regione (FVG) ho lavorato con Davide Del Degan, un regista triestino con cui abbiamo girato “Habibi”: un cortometraggio che è stato realizzato tra il Libano e Trieste e ha avuto un discreto successo – ha vinto molti premi come il Nastro d’Argento per il miglior corto del 2010, il premio miglior corto 2010 al Festival di Milano e al Giffoni Film Festival – e premi per la fotografia e per l’interpretazione dei ragazzi.

Ivan Gergolet ha realizzato il documentario “Dancing with Maria” (che verrà proiettato in questi giorni a Trieste n.d.s.) di cui non ho curato la fotografia, bensì la post-produzione, cioè la Color Correction. Questo film è stato girato interamente in Argentina tranne alcune piccole cose che sono state girate qui a Trieste. Tra i registi più conosciuti ho lavorato con Francesca Archibugi e Corso Salani – che purtroppo ci ha lasciati – e con il quale ho fatto una delle mie prime esperienze con un regista affermato. Da lui ho imparato moltissimo, anche se, inizialmente – quando non ci conoscevamo ancora bene – era una persona molto dura e molto rigida sul set; avevamo tempi stretti e tutto doveva essere preciso. Ho appreso molto a livello di regia e dell’emozione che metteva nel ricercare l’immagine.
Poi ho girato il mio lungometraggio – come direttore della fotografia – con Fabio Mollo che è un regista esordiente; ho anche lavorato con Sergio Basso, pure lui un regista al suo primo lungometraggio. Adesso sto facendo un documentario sulle donne che non vogliono avere figli delle due registe Nicoletta Nesser e Marilisa Piga. Sto lavorando anche ad un documentario su Enrico Rava che si chiama “Note necessarie” con Monica Affatato.

Per lei, che cos’è il cinema?

Per me il cinema è un po’ come l’arte: è quasi terapeutico. E poi è la mia vita insieme alle mie performance, ai miei video, alle mie fotografie, è davvero il centro della mia vita, in questo momento. Il cinema è un qualcosa che ti porta via, che ti permette di distrarti: quando vai al cinema non pensi ad altro che a quello che vedi e ti immedesimi nelle storie, che sono diverse dalle tue, ma che diventano tue.

Alla 13esima edizione di Maravee, (una rassegna ideata nel 2002 da Sabrina Zannier, per far conoscere l’arte contemporanea e fondata sul concetto di “messa in scena emozionale”) dove il tema era il corpo, lei ha partecipato con alcune fotografie raffiguranti personaggi femminili famosi nel momento della loro morte; da dove nasce questa idea?

In realtà tutto nasce da un vecchio progetto: io ho lavorato sulle fiabe, dove impersonavo Cappuccetto Rosso, Biancaneve, la Sirenetta; era uno studio psicanalitico delle fobie. Ad un certo punto mi sono detta:”Perché non parlare di fiabe concrete?”; e così un giorno, leggendo un giornale mi è capitato sotto gli occhi un articolo sulla storia di Lady Diana, che tutti conosciamo, ma che in quel momento mi ha aperto un mondo; mi sono illuminata e ho pensato: “Ma questa è perfetta come fiaba senza lieto fine!”, e da lì ho cominciato a sviluppare l’idea di queste donne che sono diventate dei miti, in particolar modo, dopo la loro morte. Ho pensato di rappresentarle nel momento di trapasso in cui si fa un resoconto della propria vita. Ci sono delle foto e un video dove ci sono dei piani sequenza su questi corpi che raccontano sogni, desideri, frustrazioni di questi personaggi – sono quasi un identikit. Pian piano i corpi vengono svelati e lo spettatore si chiede: “Ma chi è questa?”, perciò diventa anche una sorta di gioco; mi piace moltissimo inserire nei miei lavori l’ironia e la provocazione.

Spesso nei suoi lavori c’è la sua immagine; come mai si mette sempre in gioco?

Fondamentalmente, mi metto in gioco per non avere più paura: è un po’ come sconfiggere l’imbarazzo. Con i miei lavori metto in campo una parte della mia biografia e per cui mi metto totalmente in gioco: racconto la mia vita cercando di farne un messaggio più universale. Mi piace il confronto, essere sostenuta e compresa dallo spettatore. Credo che sia questo il motivo per cui mi metto in gioco.

Emmet Best e Devo Vincente Chi sono le “CianographicSisters”?

Le “CianographicSisters” sono delle artiste visive che lavorano insieme dal 2007, ovvero io ed Emanuela Biancuzzi. Fondiamo il nostro lavoro sullo scambio a distanza, la telepatia e l’analisi introspettiva. Dalle nostre suggestive improvvisazioni, traiamo contenuti che sviluppiamo in fotografie, videoarte, grafica e illustrazione. Questo duo versatile e sperimentale è nato per onorare la memoria del nostro amico e compagno Piermario Ciani – fondatore di AAA Edizioni – scomparso prematuramente nel luglio del 2006.

L’ultimo lavoro delle “CianographicSisters” è l’agenzia di attori PMC Talent Agency fondata da Emmet Best e Devo Vincente. Ecco alcune foto.

 

Lei quest’anno è la Visiting Professor dello stage “Mettiamoci all’Opera” – organizzato dall’associazione culturale Opera Viva – presso il Liceo Artistico Sello di Udine. Che cosa si aspetta da quest’esperienza con i ragazzi?

In realtà, mi aspetto di avere degli stimoli da loro; mi auguro tantissimo di averne, e altrettanto mi auguro di servire loro da stimolo. Ho cercato di creare un piccolo excursus storico della storia dell’autoritratto e poi ci ho inserito qualche mio lavoro per far vedere la mia personale interpretazione. Sono comunque molto emozionata all’idea di ritornare nella mia vecchia scuola.

Progetti per il futuro?

Di progetti ne ho tanti, nel campo lavorativo. Insieme ad altri registi stiamo pensando di fare dei lungometraggi, ma non ne voglio parlare perché il progetto è ancora in uno stato troppo embrionale.
Poi continuerò sicuramente con i miei progetti di videoarte e fotografia. Adesso mi hanno invitato ad una serata a Bologna: ho partecipato spesso al VideoArt YearBook di Bologna e attraverso questa piattaforma il mio lavoro è stato selezionato per diversi progetti che verranno esposti quest’anno.

 

Ringrazio Debora Vrizzi per la sua disponibilità.

Nadia Pastorcich © centoParole Magazine – riproduzione riservata 

Sito Debora Vrizzi

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One Reply to “Debora Vrizzi: il ruolo del direttore della fotografia”

  1. cesare ha detto:

    Il cinema è come una miniera, vi ci si può scavare a piene mani. Bisogna però sapere dove metterle le mani! Il cinema ti offre molte possibilità realizzative nel campo dell’immagine, della fotografia, ma non è semplice il passaggio fra l’intenzione creativa e la sua attuazione.Devi quasi vedere già il risultato nel momento immediatamente precedente allo scatto di una foto. Poi il gioco di luci e di esposizione richiede equilibri molto sottili, non semplici, nel calcolo, per ottenere il giusto risultato.
    Quando si gira un film occorre tener conto, inoltre, che i tempi sono stretti ed impongono ritmi spesso serrati, anche se puoi ripetere una posa o la ricerca di un effetto.
    Interessante questa intervista a Debora Vrizzi.

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