Musica 101 – i 50 euro del Festival di Sanremo: una riflessione

L’edizione numero 70 del Festival di Sanremo si è conclusa: un’edizione che ha fatto parlare di sé per una serie di ragioni, dai tanto erroneamente criticati outfit di Achille Lauro all’imbarazzante vicenda del duo Morgan-Bugo. Eppure, c’è stata una notizia ben più importante, passata quasi in sordina e riportata in maniera superficiale ed errata dai media: si tratta del cachet degli orchestrali del Festival, pagati solamente 50 euro a giornata per l’intera durata del Festival (includendo così anche le prove oltre alle serate trasmesse dall’emittente televisiva RAI). L’opinione pubblica e la comunità musicale si sono scontrati soprattutto sui social a tal proposito: chi lamentava l’ipocrisia di chi abbia deciso di lavorare a determinate condizioni, chi parlava di “pagamento in visibilità” come una cosa positiva, chi accusava la RAI di sfruttare il lavoro dei musicisti professionisti preferendo le “capre” (gli ospiti o i concorrenti a seconda dei gusti personali) e così discorrendo. Non è questa, ovviamente, la sede adatta per delineare la crisi data dall’analfabetizzazione culturale che man mano sta diventando sempre più concreta e pericolosa in tutto il mondo (a tal proposito, si veda l’ultimo articolo di questa rubrica cliccando qui). È possibile tuttavia identificare una domanda comune all’interno di questo dibattito scaturito nella settimana del Festival: che prezzo stiamo dando alla cultura e come stiamo trattando chi vive o vuole provare a vivere di essa?

Prima di provare a rispondere a questa domanda, è bene fare chiarezza in merito a questo misero cachet, in modo da comprendere bene cosa è stato denunciato dalla CGIL che ha fatto emergere questo caso. L’orchestra che si vede in televisione è un’orchestra composta da più categorie di musicisti: da un lato c’è l’Orchestra sinfonica stabile di Sanremo, sovvenzionata come tutte le orchestre in Italia da soldi pubblici; a questa vengono affiancati strumentisti della RAI, stipendiati allo stesso modo dei colleghi sanremesi; in ultimo, possono prendere parte all’organico dei “musicisti a contratto”, dei freelancer, che si aggiungono alle altre due categorie senza però il vantaggio delle sovvenzioni pubbliche. Ogni musicista, indipendentemente dalla categoria di appartenenza, guadagna 50 euro lordi per la prestazione (quindi 1930 euro lordi per circa quaranta giorni di lavoro, se si include il pre-evento) a cui si aggiungono 180 euro di rimborso spese per l’intero periodo (4,50 euro al giorno). Oltre alla “beffa” burocratica, che fa in modo che il musicista si vede recapitare l’importo a distanza di un anno dalla prestazione, se si volesse analizzare queste cifre confrontandole con il carico effettivo di ore svolte da ciascun orchestrale, che oscilla fra le 10 e le 12 ore giornaliere (straordinari esclusi), ci si può rendere conto della gravità di tale notizia: in altre parole, se si escludono gli affiliati all’Orchestra stabile e i musicisti RAI, il cui guadagno è comunque “garantito” in minima parte dalle sovvenzioni statali, ci si trova davanti a uno sfruttamento in tutto e per tutto della forza lavoro musicale, vero ed effettivo traino di un Festival come quello della canzone italiana. A questo scenario, tuttavia, occorre fare un’ulteriore precisazione, non scontata e assolutamente non banale: è vero che un musicista della RAI o dell’Orchestra stabile di Sanremo ha un guadagno più o meno garantito rispetto ai freelancer con partita iva, ma le sovvenzioni pubbliche stanno sempre più subendo un calo. Come è evidente non è una situazione rosea: a prova di ciò, è bene segnalare come solamente un quarto dell’Orchestra sanremese abbia effettivamente deciso di partecipare al Festival a tali condizioni. E chi vi ha partecipato, perché lo ha fatto? Com’è possibile che ci siano musicisti che accettano tali condizioni lavorative?

Tali condizioni lavorative per un musicista di qualsiasi ramo non sono l’eccezione, purtroppo. Sanremo è solo l’ennesima dimostrazione di un sistema più ampio, non limitato alla televisione, che non è meritocratico, bensì è l’equivalente del gestore di un locale che paga i musicisti per la musica dal vivo con un panino e una birra o peggio ancora “in visibilità”. In altre parole: non è un problema della RAI e del Festival di Sanremo che decide di sottopagare gli orchestrali, ma è un problema culturale ben più radicato nella complessa macchina dell’industria musicale e della massa consumatrice. Quello che non si riesce a comprendere a fondo, infatti, è proprio la figura del musicista di professione: nel linguaggio comune o il musicista è un’artista, ovvero colui che “ce l’ha fatta”, che ha “incantato” le masse, o chi suona musica seria (repertori classici in particolare). Questa è un’accezione errata, stereotipata nella figura del “genio” artistico o in quella del vecchio burbero legato al passato. Eppure, esistono artisti e gruppi musicali di cui la televisione, la stampa, il web non parlano: “ombre”, persone comuni, musicisti che hanno studiato e dedicato la propria vita allo strumento che sono costretti a scendere a compromessi perché secondo il grande pubblico “non ce l’hanno fatta”. Quello che emerge da tutta questa vicenda è che Sanremo è la fotografia “pubblica” di una realtà che non può identificarsi con la gavetta ma che, di fatto, viene trattata come tale e dove i musicisti, per poter lavorare, si trovano costretti ad annullarsi. L’annullamento non è di tipo “artistico”, non è lo scendere a compromessi con i repertori o con le tipologie di pubblico per i quali si suona, ma con la propria figura professionale. Questa storia dovrebbe spalancare gli occhi a chi sfrutta questa pratica di “sfruttamento” della forza-lavoro culturale. Prendiamo ad esempio un ristoratore: a nessuno verrebbe in mente di entrare in un locale assieme a un discreto numero di persone, mangiare diverse portate del menù e poi, al momento di saldare il conto, rifiutarsi di pagare e rispondere con «Ma come? Non sei contento, caro gestore? Guarda quanta gente che ti ho portato!». La domanda fatta all’inizio è quindi volutamente retorica: stiamo pagando poco la cultura perché la trattiamo come un bene di serie zeta, come uno svago e non come un bene necessario. Attenzione, però: questo non deve essere sinonimo di azioni repressive nei confronti di tali manifestazioni ma deve diventare un ulteriore campanello d’allarme della situazione drammatica cui si sta andando incontro. Se non siamo in grado di dare il giusto prezzo e il giusto peso a questi mestieri diventeremo tutti delle persone vuote, incapaci di ribaltare le situazioni scomode e incapaci di sopravvivere alle ingiustizie di ogni giorno. Il divario fra ricchi e poveri c’è anche in questi ambienti, purtroppo, ma la cosa più grave è la diffusa concezione discriminatoria del mestiere che si affaccia all’arte, alla cultura: i 50 euro di Sanremo devono essere quindi un monito, il simbolo di un sistema sempre più marcio, sempre più corrotto e sempre più inquietante cui si sta andando incontro, quello dell’annullamento culturale in tutto e per tutto.

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