Con la macchina del tempo a Trieste, Natale 1969

Le cose che abbiamo sotto gli occhi cambiano continuamente ma non ci facciamo caso, specie se questo cambiamento è graduale. Le città sono organismi vivi: sono fatte di case e strade, arredi urbani, negozi ma soprattutto di persone che vi abitano: gente con la loro cultura, le loro idee, i loro stili di vita. Tutto cambia, a volte velocemente. Allora può essere utile fare un salto indietro per vedere quanto fosse diversa la nostra città non già secoli fa, come abbiamo fatto tempo fa con la nostra “passeggiata”, ma solo cinquant’anni prima. “Solo” si fa per dire…Mezzo secolo non è poco. Non è nemmeno tanto, però: è un tempo sufficientemente vicino perchè buona parte della popolazione se lo ricordi in qualche misura e sufficientemente storicamente lontano per scoprirvi differenze che ci possono sorprendere e far riflettere su come siamo oggi. Penso sia un esercizio utile anche per i tanti, tantissimi nuovi triestini. Non solo i giovani e meno giovani (bene o male parliamo di cinque decenni fa!) ma anche tutti quelli che si sono trasferiti a Trieste dall’Italia, negli ultimi vent’anni e che non conoscono com’era un tempo, nel bene e nel male, questa città, prima dei grandi cambiamenti degli ultimi dieci, vent’anni.

Immaginiamo una macchina del tempo: ci accomodiamo, regoliamo le manopole della data e in un lampo ci troviamo catapultati nella Trieste del 1969 circa, nei pressi della Fiera di San Nicolò.

La prima cosa che ci colpisce è il freddo. Questi giorni la temperatura è scesa un po’, ma al freddo pungente degli inverni triestini di una volta scopriamo di non essere abituati. Un freddo fatto soprattutto di bora e che gli abiti d’epoca che abbiamo indossato per mimetizzarci (pesantissimi e poco efficienti) non riescono assolutamente a bandire. Suppergiù, a una primissima occhiata, via Battisti non appare così diversa, nè via Carducci. La differenza la fanno i dettagli che man mano rileviamo.
Le automobili, per esempio. Beh, sembra di stare in un museo dell’automobile, è ovvio. Complice anche la poca propensione dei triestini al cambio frequente dell’auto, il parco macchine è decisamente antiquato, le forme rotonde degli anni 50 la fanno ancora da padrone, non sono rare le vetture con linee anteguerra, come le Fiat 1100 “musone” e Topolino. In effetti, colpisce la stragrande preponderanza di automobili nazionali, specie FIAT e allora ci ricordiamo cosa significava la politica sovranista di dazi protezionistici dell’epoca e di quanto la FIAT abbia tratto beneficio da questo (il consumatore italiano un po’ meno).
Sentiamo un forte rumore metallico che sulle prime non riconosciamo e poi uno scampanellio: è un tram che passa, la linea 6 o 9, nella livrea dell’epoca in due toni di verde (quello scuro sopra) con le porte a soffietto di legno e il buffo frontale “aerodinamico” (i tram avevano una linea leggermente più moderna, anni quaranta, rispetto al tram di Opicina, fermo agli anni venti, come stile). Pensiamo con una certa nostalgia a quanto era romantico ed ecologico quel mezzo di trasporto, e al fatto che sono le sue ultimissime corse prima della pensione definitiva. La rete aerea dei circuiti elettrici per tram e filobus non l’avevamo notata subito: copre tutto il cielo stradale di una ragnatela nera unta di uno sporco grasso da città. Non è una bella vista: ad essa attribuiamo buona parte della vaga sensazione di sporco e disordine che proviamo guardandoci attorno.
In realtà le strade sono piuttosto pulite e ordinate, molto, molto più di oggi. Ma la presenza di quella rete aerea ovunque, e l’uniforme grigiore delle case non aiutano. Sembra che una mano invisibile abbia fermato un altrettanto invisibile orologio al 1918: le case sono le stesse, gli infissi, gli intonaci… tutto annerito da mezzo secolo o più di fuliggine urbana, all’epoca molto più grassa e pesante causa un inquinamento decisamente maggiore. Le facciate sono tra il grigio e il nero, gli infissi un tempo bianchi sono grigi e opachi anch’essi e dall’aria piuttosto malandata. Le case anni sessanta, che noi oggi consideriamo vecchie, brutte e sgradevoli, si stagliano come presenze nuove, scintillanti e linde nel panorama urbano uniforme e costituiscono macchie di colore chiaro e brillante nel grigiore. Parlano di progresso, pulizia, efficienza e fanno la loro porca figura, alla fine risultando a un occhio contemporaneo (di allora) più invitanti dei malconci palazzi austriaci che ormai mostrano tutto il peso dei loro anni e della mancanza di manutenzione. In compenso, questi non sono ancora stati alterati dai brutti restauri recenti: niente intonaci marroncini o ridicoli arancioni finto-toscani, gli infissi ancora quelli tradizionali centroeuropei bianchi a due o tre inglesine, aprentisi all’esterno, come a Vienna. Niente alluminio, niente imposte in legno scuro stile chalet in Carnia, infissi a due vetri singoli come in centro di Roma. Trieste è ancora Trieste, nel bene e nel male.

Ci colpisce anche il buio. La maggior parte della città ancora affida l’illuminazione stradale alle vecchie ‘tece’, in italiano ‘pentole’. Si tratta di piccole lampade vagamente liberty, sospese in centro alla via, costituite da un gambo sagomato da cui pende un piatto, entrambi verniciati di nero. La parte sottostante del piattino è invece di smalto bianco e qui si avvita una semplice lampadina, come quelle di casa. La luce che ne deriva, (ricordiamo che la tensione all’epoca più diffusa in città è ancora quella a 110V) è giallastra, calda ma non particolarmente intensa, anzi. Ha inoltre lo svantaggio che nel tempo i fili di sospensione perdono di tensione e allora le lampade iniziano a oscillare con il vento, e molto. Nelle giornate di bora, frequenti e violente, la ‘tecia’ ondeggia lanciando la luce ora sulle facciate a destra, ora a sinistra e lasciando per qualche secondo nel buio pesto la strada, sferzata dal vento.
Se la vecchia illuminazione ha un retrogusto un po’ da Dickens, la nuova è in perfetto stile sovietico. Le rive e alcune strade e piazze principali sono discretamente illuminate dai nuovi fanali a incandescenza di netto sapore autostradale, e in effetti si tratta proprio degli stessi che si trovano in corrispondenza degli svincoli sulla A4… Alle piazze va anche peggio: qui qualcuno ha introdotto dei grandi riflettori rotondi, davvero di rara bruttezza. In cima ad altissimi pali smilzi si apre un piatto largo e vetrato che contiene un numero di potenti riflettori, spandenti una luce intensa ma gelida. Queste meraviglie, che non stentiamo ad immaginare costituiscano il vanto di nobili città come Togliattigrad o Cernobyl, le possiamo trovare per esempio davanti alla stazione, come simpatico biglietto di ingresso per chi si è avventurato così vicino alla Cortina di Ferro, e in piazza Barriera, accanto ad un’altra bruttura ugualmente di gusto real-socialista: la stazioncina d’aspetto per i bus. Si tratta di una struttura a vetrate, dal tetto a spiovente unico, situata nell’isola centrale e destinata a riparare dalle intemperie le persone che aspettavano il filobus 20 con direzione Domio, Zaule, Muggia. Questa delizia architettonica, che pure aveva una sua utilità in tempi pre-riscaldamento globale, verrà smantellata negli anni 80 senza grossi rimpianti.

Ci colpisce il traffico. Le auto sono e vanno ovunque: aree pedonali non esistono, i sensi unici sono rari, il traffico mal regolato, i parcheggi selvaggi. Sappiamo però che le automobili sono molto meno di oggi: evidentemente, il Comune di Trieste ha sempre avuta la rara incompetenza nel gestire il traffico che ancor oggi lo caratterizza. Così, anche con relativamente poche automobili, la città sembra in preda a un traffico convulso. Ad un occhio più attento, si nota invece che non solo non esistono parcheggi a pagamento, ma anche che di parcheggio, sparso qui e là (i divieti di sosta sono rari) ce n’è parecchio, a differenza di oggi.

Il traffico non è solo veicolare, ma anche di persone. C’è un sacco di gente in giro, di gente sugli autobus, di gente che va per i negozi… Ci ricordiamo allora che il centro della città era all’epoca individuabile circa alla Luminosa, oggi semidenticata. Via Carducci e via Battisti erano le vie principali dello shopping e della convivialità, insieme al Corso, tutte e tre oggi decisamente surclassate dalle zone pedonali e dal recupero di Cavana e del Borgo Giuseppino che hanno spostato il centro molto più verso Campo Marzio, facendo recuperare a Piazza Unità quella posizione di cerniera e di centralità che assolutamente all’epoca non aveva, venendo anzi percepita come rappresentativa ma vagamente periferica rispetto al cuore degli affari e di quello che oggi chiameremmo la movida e lo shopping.
Non solo: ci ricordiamo che Trieste, fisicamente più piccola rispetto a oggi (la grande espansione dei sobborghi non c’è ancora stata) ha quasi centomila abitanti in più. Non è una differenza da poco, e si nota, eccome. C’è, diffusa, un’aria di operosità, di vita, di affari, molto lontana dalla sonnacchiosità di oggi, mitigata dal turismo e dalla vivacità dei giovani soprattutto universitari. (l’Università è ancora giovane e ha ancora assai poche facoltà, nel 1969)

Avviciniamoci al Viale (che la gente chiama ancora, generalmente, Acquedotto) e visitiamo la fiera. Anche la fiera è molto, molto diversa. I baracchini, non si chiamano ancora “stand”, non sono di teli di plastica bianca come oggi, ma di tela cerata blu scuro, marrone o verde scuro, di vago sapore militare. Molti non hanno i complessi cablaggi elettrici di oggi ma sono illuminate da lampade a carburo appese o da generatori autonomi, rumorosi e puzzolenti. Sono molto più piccoli rispetto a quelli oversize attuali e si situano ai bordi del marciapiede centrale, a destra e a sinistra, lasciando libera una stretta corsia in centro dove la gente si affolla e si intasa. Di nuovo, ci colpisce il buio e il freddo: il serpentone della fiera è una macchia di calda luce gialla in un viale gelido e buio. La fiera è ancora sè stessa: una tradizione centroeuropea, dedicata soprattutto ai bambini e supperggiù equivalente a un Christkindlmarkt. Giocattoli (molto semplici), molti dolci, cose natalizie e si: anche le immancabili pentole e qualche guanto. Niente lunghe infilate di prodotti tipici italiani, niente piadine, schiacciate liguri, mezze dozzine di stand di “Specialità Pugliesi” e assai meno abbigliamento e casalinghi. Ci rendiamo conto dopo pochi metri che un po’ l’incomprensione del modello originario, un po’ il cambio della popolazione e dei suoi gusti, un po’ una certa -apertamente dichiarata quindi possiamo dirlo- ostilità nazionalistica a una tradizione percepita come ‘straniera’ hanno trasformato negli anni la fiera di San Nicolò in una specie di fiera del Santo Patrono, alterandone aspetto e significato ma uniformandola al modello delle altre fiere italiane. Il posto della fiera di San Nicolò è stato assunto oggi, direi, dai mercatini di Natale in un curioso quasi-doppione di incerta identità.

Se facessimo due passi verso Buchbinder/Orvisi, negozio di giocattoli, tradizionale paradiso dei bambini in via Santa Caterina angolo via Ponchielli (ora ospita una libreria) scopriremmo un San Nicolò all’entrata, seduto ad accogliere le letterine dei bambini. Ci colpirebbe il fatto che è ancora San Nicolò: non la ridicola interpretazione americana di un fantomatico Babbo Natale, ma il vero San Nicolò, vestito da vescovo antico. Qui e là, per la città, potremo trovarne altri e noteremmo anche che molti hanno alla catena il Krampus, il diavoletto che il Santo tiene incatenato, e che scuote rumorosamente la catena al suo passaggio. Il nostro Krampus è simile a quello austriaco del sud e sloveno, è un demonietto, in genere impersonato da un bambino o un preadolescente. Una figura tutto sommato molto innocua, lontano dai terrificanti Krampus delle alti valli alpine (il Canal del Ferro, la Svizzera tedesca, parti del Tirolo) dove ha conservato il suo aspetto terribile da demone spaventoso. Anche questo demonietto, accusato forse pure lui di anti-patriottismo nella costante ansia nazionalista di molte amministrazioni locali, sarà presto fatto sparire. Quando, nel 2018, gli splendidi Krampus del tarvisiano sfileranno per la città, solo gli anziani ormai ricorderanno che fu anche una nostra tradizione e volgeranno più di uno sguardo palesemente commosso a questo ricordo, rimosso, della loro infanzia.

Lanciamo un ultimo sguardo nostalgico a Orvisi: pochi oltre i trenta non ricordano le sue carte da imballaggio rosse con le figure bianche e nere dei bambini che formano una catena, e che era la prima cosa che si notava con gioia sotto all’albero di Natale o sul piatto di San Nicolò (per chi poteva permetterselo, ovvio). Subito dopo c’è l’elaborata vetrina in stile Belle Epoque di Nimmerrichter, calzature per i bambini, vera istituzione della Trieste-bene ( ho come il sospetto che non fossero molti i lavoratori che si potessero permettere di far calzare ai loro pargoli scintillanti Balducci di vernice nera acquistate da Nimmerrichter…). Avanzando per le strade – ricordiamolo: tutte aperte al traffico automobilistico- pensiamo a quanto la globalizzazione ha massacrato la classe media, che nel 1969 se la passa decisamente meglio, ma ha messo d’altro canto a disposizione una massa di prodotti di consumo, elettronici e di abbigliamento, a basso prezzo e di buon aspetto che qui, nel 1969, non c’è. La differenza di prezzo tra un capo elegante e uno dei grandi magazzini è notevole, forse più di oggi. E’ anche una netta, nettissima differenza visiva: il basso di gamma si presenta con una trasandata semplicità che spesso sfocia in una mesta bruttezza che nessuno, nemmeno il meno accorto in fatto di abbigliamento, scambierebbe per un capo non già di alta firma ma nemmeno decente. La povertà si annuncia anche visivamente, molto più di oggi. Le materie prime costano più del lavoro: il prodotto economico, economico lo è davvero, cioè scadente, perchè la materia prima è scadente, il design è scadente e non fa nulla per nasconderlo. Non ci sono intere nazioni “emergenti” che producono capi accettabili a costi risibili per via della valuta ma soprattutto dello sfruttamento del lavoro, anche minorile. Ci siamo impoveriti, rispetto al 1969, e le nostre chance di ascesa sociale sono più che dimezzate. I giovani di qui (e si vede!) sognano e si aspettano un futuro di benessere, migliore. Noi no, non più. Il nostro inesorabile scivolare nella povertà è però mascherato dalla sovrabbondanza di merce abbastanza decente a prezzi stracciati rispetto a una volta. Non solo vestiti abbastanza carini, usa e getta, che ci fanno sembrare meno straccioni di quanto siamo. Ma anche merce, merce vera da acquistare, usare e gettare a prezzo ragionevole. Qui invece, ecco: in un bel negozio del centro una lavatrice Zanussi-Rex (altra grande realtà regionale ora estinta…), esposta in vetrina, costa quasi £500.000. Un televisore Grundig (tedeschi: allora in cima al mondo per tecnologia, altro che Sony o Samsung) costa quasi £300.000. Una FIAT 500, esposta nel concessionario FIAT di Largo Riborgo (ora una rappresentanza di una grossa catena di abbigliamento del trevigiano) costa £495.000, una lussuosa FIAT125 £1.400.000. Fate le proporzioni con oggi e resterete di stucco. La merce, prodotta localmente, era cara, carissima, e perciò destinata a durare.

Per inciso, se volete fermarvi per un caffè o un gelato, sappiate che costano entrambi la stessa cifra: £50. Con una moneta da cinquanta lire in mano, il prezzo di un biglietto filotranviario, in piazza della Repubblica saliamo su un filobus per raggiungere le Rive.
Saliti sul bus o sul filobus, possiamo trovare il bigliettaio, come sul tram, nella sua uniforme comunale con l’alabarda sul berretto a visiera, oppure le nuove macchine erogatrici di biglietti: grossi scatoloni metallici di un blu medio metallizzato, quasi delle dimensioni di una persona, con una fessura per l’inserimento della monetina e due grossi beccucci di plastica, rossa o giallo brillante, per l’erogazione del resto e del biglietto. I guidatori dei mezzi pubblici hanno un lavoro duro, senza nessuna comodità. Quelli dei bus (in genere destinati a linee decentrate e suburbane) sono quelli che se la passano peggio: siedono su uno sgabello scomodo di skai marrone, completamente esposti alle intemperie e senza alcuna protezione di vetro o plexiglas. Davanti a loro, un grande volante orizzontale in plastica grigio chiaro o marroncino FIAT (per i modelli più anziani) e la lunghissima e flessibile leva del cambio marce che spunta dal pavimento, altro che morbido automatico a sei/sette marce dei nuovi, comodi veicoli Mercedes-Benz oggi in dotazione. Ci colpisce il silenzio del filobus: un silenzio relativo, perchè i motori elettrici emettono un sibilo piuttosto alto e le pessime carrozzerie Fiat o affiliati tremano e rumoreggiano come un vecchio carrello del supermarket. Sempre silenzio rispetto al tram, comunque, a Trieste anche più rumorosi di quelli superstiti a Milano, per esempio. Saliti dunque sul filobus, ci dirigiamo verso le Rive.

 

Giulio Campos

(fine prima parte)

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