Con la macchina del tempo a Trieste, 1969 (2 Parte)

Seconda Parte

Le Rive, in questo Natale 1969, le troviamo poco cambiate rispetto ad oggi. Sulla destra, dopo palazzo Carciotti, lo storico Hotel de la Ville è ancora in funzione, la facciata dipinta di un rosso scuro (ora, di proprietà Fincantieri dopo essere stato una banca, è giallo pallido) e in cima al tetto si nota una stramba gloriette con statue, oggi sparita. L’ampio marciapiedi davanti, ora deserto, è occupato dal dehors, d’estate coperto da tende verdi e contornato da piante e fiori, ora spoglio e adobbato, un po’ miseramente, da timide lucine natalizie.
A sinistra, il teatro Verdi ha ancora il grande tetto spiovente che i restauri degli anni Novanta hanno sostituito con uno a cupola. La differenza principale è ovviamente nella lunga passeggiata centrale, ombreggiata dai lecci, abolita dalla giunta Dipiazza anni fa per sostituirla con la teoria di alti doppi lampioni a pastorale, imponente ma forse non del tutto indovinata. Oltre la passeggiata, lato mare, ci sono le rotaie della Rivabahn, la ferrovia delle rive. Questa collega il Porto Vecchio -ancora discretamente funzionante- e il Porto Nuovo con asmatiche locomotive a vapore, molte risalenti al secolo precedente (il XIX ndr), creando al suo passaggio ben comprensibili disagi al traffico. Non sono rare le auto, specie di turisti, che stazionano sui binari o sulle ampie piattaforme rotanti metalliche di snodo, una proprio di fronte alla stazione marittima. Queste auto devono perciò essere rimosse dal carro attrezzi al passaggio della locomotiva che si muove a passo d’uomo, tra alti sbuffi di vapore, a volte preceduta da un addetto con bandierina, rendendo il suo viaggio di pochi chilometri ancora più interminabile.
Sulle rive, alla radice del Molo Audace notiamo-come già era in antico- una decina dei tradizionali barchini turistici che proclamano la loro missione nel cartello bilingue bianco “Giro del Golfo/Hafenrundfahrt” e che per poche lire portano triestini e turisti, specie nella bella stagione, a godere la vista della città dal mare. Perchè in seguito siano spariti, visto il crollo degli abitanti e del turismo è chiaro. Meno chiaro è perchè non siano stati reintrodotti adesso che il turismo c’è, non possiamo evitare di pensare.

Ci colpisce Piazza Unità. Poche luminarie natalizie, limitate al Comune. La piazza si presenta diversa: una platea centrale rialzata in asfalto è circondata su ogni lato da auto parcheggiate e dal traffico veicolare. Vedere le auto che passano davanti al Comune,in piazza della Borsa o parcheggiate tra il Verdi e il Tergesteo fa impressione, con gli occhi di oggi.
Il caffè degli Specchi è appena stato rinnovato in un gusto molto elegante e contemporaneo fatto di boiserie in legno pregiato scanalato a coste strette e da ampi lampadari moderni a “bicchiere di ghiaccio”, considerati allora molto eleganti. (per chi volesse farsi un’idea di com’era, direi che il bar Excelsior all’inizio del Viale XX Settembre oggi conserva, in piccolo, un aspetto abbastanza simile). Tutto sommato, l’arredamento, pur deplorando la sparizione degli arredi antichi, è decisamente più signorile nella sua modernità del finto antico un po’ dozzinale che l’ha sostituito in questo secolo.
Davanti al Caffè Specchi c’è, dove ora si trova un supermercato (!) c’è il Caffè Garibaldi, meno pretenzioso ma ugualmente molto frequentato. La fontana dei Continenti invece… manca.
Superata la sorpresa, ricordiamo che fu fatta togliere di mezzo dal Comune, trent’anni prima nel 1938, per far posto all’adunata “oceanica” per accogliere Mussolini che “ricambiò” annunciando (proprio qui, a Trieste!) le tristi leggi razziali. Langue ancora, semidimenticata, nei depositi comunali: sarà ripristinata appena fra qualche anno. In cima alla torre del Comun, Michez e Jachez sono quelli originali, ora in pensione, esposti nell’atrio del Castello di San Giusto e sostituiti da due copie esatte.

Sediamoci allora in uno dei due amati caffè, magari agli Specchi dove il nero al tavolo può arrivare a costare la bellezza di 350 lire, e osserviamo la gente che passa numerosa, passeggiando verso i negozi eleganti di Capo di Piazza, Tergesteo e Piazza della Borsa.
Sopprimiamo a stento un sorriso ironico (non vogliamo essere presi per pazzi dagli astanti) realizzando quanto sia vero quello che abbiamo sempre sostenuto a proposito dei ‘film d’ambiente’, hollywoodiani e non. Questi, se vengono ambientati in un dato anno, esibiscono una pletora di dettagli di quell’anno preciso: un film, una commedia ambientata nel 1968 avrà automobili del 1968 (massimo piu o meno due anni) che scorrazzano; il costumista vestirà la gente tutta all’ultimissima moda e, specialmente in quell’anno iconico, ci sarà un tripudio di figli dei fiori, contestatori a ogni dove e il tutto risulterà tremendamente artificiale e falso. La gente che passa qui non è poi così radicalmente diversa da quella di oggi, specie in una città conservatrice e certamente non fashion-victim come Trieste. Il tono generale è certamente antiquato, ma meno di quel che ci si potrebbe aspettare: c’è una tendenza al vestire un po’ più formale, diremo meno sportivo, oggi scomparsa (quasi nessun parka, giubbotto, cappuccio, sneakers ed altri accessori sportivi che oggi sono normali). Gli uomini maturi portano il cappello, i più giovani no. I ragazzi hanno quasi tutti i capelli corti o molto corti: i ‘capelloni’ sono rari e hanno un taglio che oggi chiameremmo ‘medio’. I colori sono sobri, siamo in inverno, e non ho ancora visto camiciole a fiori o altri ammenicoli molto Woodstock con cui l’ipotetico costumista hollywoodiamo di cui dicevamo infarcirebbe la scena. Lo Zeitgeist è dato solo dalle donne più giovani ed eleganti che sfoggiano vestiti e cappotti corti e dal taglio rigido, appena sopra il ginocchio. Il trucco è leggero, le acconciature di moda appena accennate. Ieri come oggi, la moda a Trieste viene vissuta come un suggerimento di massima da interpretare con semplicità e praticità, senza troppa cura e senza stravaganza. Catapultati nel 2019, probabilmente nessuno di questi giovani farebbe alzare un sopracciglio a nessuno. Al massimo, sarebbero trendy per un certo non so che di vintage, ma senza eccessi.
Chi spicca di più sono ‘le vecie’. Le signore di età avanzata, restate fedeli a stilemi davvero antiquati, esibiscono spesso cappellini improponibili, con retine, frutta e fiori finti, a volte persino uccelli impagliati o di stoffa, guantini di pizzo nero e ombrellini usciti da un’epoca lontanissima (non dimentichiamo che qui, oggi, gli anziani sono gente che aveva vent’anni sotto l’Austria, prima della Prima Guerra Mondiale!) Comprendiamo come gli anni 60, con la loro semplicità abbiano modificato per sempre il gusto, influenzando pesantemente il nostro e ci viene anzi il sospetto che se la nostra macchina del tempo ci avesse catapultato cinque o sei anni dopo, i pantaloni a zampa e la moda del capello lungo ormai sdoganata avrebbero avuto un impatto visivo ben maggiore. Un po’ delusi dal non sentire ovunque Jimi Hendrix che fa piangere la sua chitarra, Beatles che gorgheggiano da ogni juke box ed essere travolti da un’orda di allegri hippies colorati come ci saremmo aspettati, riprendiamo la nostra passeggiata dirigendoci verso la Sacchetta.

Naturalmente prendiamo le Rive. Oggi, sarebbe logico tagliare per il bel percorso pedonale di Cavana, piazza Hortis, via Torino oppure prendere via Diaz. Via Diaz e via Cadorna sono delle vere camere a gas per l’intenso traffico veicolare (e di automobili non certo attente alle emissioni!), Cavana una zona che per il triestino medio, è meglio evitare. Le case di tolleranza sono state chiuse appena dieci anni prima, resta aleggiante su Cittavecchia un’aria di degrado fisico e sociale, una tristezza maleodorante di decomposizione che non invoglia certo al passeggio. Nel percorso, ora pieno di ristoranti e bar, spiccano per la loro assenza le pizzerie. Questo tipo di locale, impostosi soprattutto nel decennio successivo, è ancora un qualcosa di abbastanza estraneo. I Triestini conoscono la pizza certamente. Ve ne sono già alcune, da qualche anno, apprezzate più dai giovani, ma non certo però la pletora di oggi che farebbe immaginare a un turista una lunga tradizione di familiarità che in realtà è di molto recente acquisizione.
La Sacchetta è poco cambiata: ci rallegra vedere operativa la Stazione Rogers nella sua funzione originaria di distributore di benzina Aquila, ci rallegra di meno notare che l’ampia curva, ora bella e regolata da aiuole e spartitraffico, è un’area aperta fino al mare ed adibita quasi interamente a parcheggio selvaggio. In fondo, incombe la mole della bruttissima vecchia piscina Bianchi (ci domandiamo: ma davvero si sono avuti dubbi nello sbarazzarsi di quel mostro paesaggistico?!), a sinistra la solita, cara vecchia Lanterna, che è stata spenta, per sempre da poche settimane. Rimpiangiamo di esserci persi, per poco, lo spettacolo impagabile e ormai dimenticato dei due fasci luminosi, del Faro della Vittoria e della Lanterna teresiana, che di notte si rincorrono sul mare in una danza di luce regolata al secondo, sfiorandosi senza mai sovrapporsi.
Quanto alle società veliche…
Le barche sono infinitamente meno numerose di oggi, sparse alla fonda per la Sacchetta. Nessun pontile: vengono raggiunte in maniera assai poco comoda con piccoli barchini a remi, grigi e dimessi, dal pontile delle Società Veliche.

Siamo indecisi su dove andare, il tempo a disposizione sta finendo. Vorremmo inerpicarci per Rozzol verso Cattinara: rivedere il bel colle del Farneto senza lo sfregio di Rozzol Melara, dell’Ospedale nuovo di Cattinara e della viabilità quasi autostradale della nuova via Forlanini. Risalire il colle ancora bucolico, fatto di deliziose stradine, affiancate dai muri panciuti in arenaria scura, ombreggiati di glicine. Sfiorare la antica villa Melara, con la barchessa veneta (un unicum, a Trieste) sonnecchiante nel verde, raggiungere la chiesa di Cattinara adiacente al silenzio di un boschetto di pini con splendida vista sulla città. Riscendere verso il Cacciatore per passeggiare in Villa Revoltella per poter rivedere la splendida giostra antica ancora in funzione, ricolma di bambini, vedere cosa era un giardino pubblico all’epoca. La data sempre aggiornata all’entrata, nel giardino formale a pietre colorate. Le serre funzionanti piene di piante tropicali (ora, restaurate, sono uno spazio vuoto e mesto), il giardino all’italiana coi fiori colorati, le voliere ora deserte e sgangherate, qui invece piene di uccelli multicolori.
Ma il tempo stringe. Preso un taxi, nella sua livrea tipica verde bottiglia col tetto nero, ci dirigiamo in Carso per le ultime considerazioni.

Il Tassì ci ferma a Monrupino, dove scendiamo tra sbuffi di bora gelida all’altezza del ristorante Furlan (ora ahimè cessato), vero tempio della convivialità domenicale triestina, almeno per chi poteva permettersi di mangiare al ristorante e, automunito, di raggiungerlo. Ci guardiamo attorno. Il Carso è landa: erba secca, pietre appena sotto un sottile strato di terreno, pochi boschetti di querce giovani e basse, molti ginepri sparsi nei campi, isolate prsenze più grigie che verdi. Qui e là, le uniche macchie veramente verdi sono i boschi pionieri di pino nero, impiantati dall’amministrazione austriaca nel programma di rimboschimento del Carso, qualcuno dei quali sopravvive ancora. Se ci incamminassimo per i sentieri, che in questa stagione rivelano, nel loro aspetto giallastro e secco, tutta l’aridità della landa carsica, arriveremmo presto al ‘confine’ che confine tale non è. I cartelli, bilingui, lo dicono chiaramente: a tot metri LINEA DI DEMARCAZIONE. Non confine. Quindici anni prima le potenze vincitrici hanno deciso di spartire l’amministrazione del TLT, mantenendolo almeno ufficialmente in vita, tra Italia e Yugoslavia, le quali subentrano da quel momento all’amministrazione precedente. Si tratta di un’annessione amministrativa che si atteggia a formale e definitiva, specie nella narrazione di questi due Paesi, ma viene smentita da innumerevoli dettagli, come appunto questo del confine-che-non-è-un-confine. (ma i “graniciari”, le guardie armate confinarie yugoslave, ci sono eccome, appostati nel bosco, e non è affatto salutare prenderlo alla leggera). Trieste non ha un vescovo ma un arcivescovo, Mons.Antonio Santin, poichè è vescovo sia di Trieste che di Capodistria. Insomma, una situazione un po’ ipocrita, un po’ confusa, statualmente incerta, che verrà normalizzata solo col trattato di Osimo, nella seconda metà degli anni Settanta, quando Italia e Yugoslavia prenderanno atto definitivamente dello status quo. Qualcuno sostiene ancor oggi che l’unica carta ad avere valore sia il Trattato di Pace del 1947 e che specialmente Osimo (di fatto l’annessione della Zona A e B rispettivamente a Italia e Yugoslavia) sia giuridicamente nulla. Non siamo esperti giuristi, vi sono argomenti pro e contro questa tesi: certamente qui, oggi, nel 1969, la faccenda o è ancora piuttosto aperta e pensiamo con amarezza a quante difficoltà ha portato questa situazione di incertezze, quanti fili spinati ha eretto, quanta ostilità palese e latente tra gruppi etnici, tra famiglie e persino tra le persone.

Volge il tramonto su questa giornata di cinquant’anni fa, regalataci dalla nostra bizzarra macchina del tempo. Il tempo a nostra disposizione scade: speriamo di averlo usato bene.
Speriamo di essere riusciti a portarvi con noi a spasso nel tempo, in quello vero, non in una ricostruzione d’ambiente tanto accurata e nostalgica quanto falsa e artificiosa. Speriamo di avervi fatto vedere il 1969 con gli occhi del 1969, con le cose buone e quelle meno buone. Ci auguriamo infine che questo viaggio, tornati nel nostro presente, al volgere di un nuovo decennio che si preannuncia non semplice, ci abbia dato qualche riflessione su da dove siamo venuti, che ci possa servire a valutare bene dove siamo e dove vogliamo andare. Nel rapporto tra quello che si è conservato e quello che è andato perduto e nella serena valutazione di cosa era desiderabile e cosa no sta buona parte della lucidità che ci serve per affrontare il futuro, nostro e di questa nostra città. Ed è bello pensarla così viva e vera prima dei nostri tempi e sapere che ci sopravviverà ugualmente, sempre vitale e diversa. A noi, temporanei suoi ospiti, il compito di traghettarla verso un futuro, il migliore possibile.

Buon Anno nuovo a tutti.

Giulio Campos

FINE

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