Etica, Giustizia e Salvini: un’opinione.

Un giudice negli USA ha tolto la multa per una grave infrazione stradale a un novantenne perchè “guidava per il suo figlio disabile”.
Un Ministro dell’Interno non dimissionario, apre la crisi di governo chiedendo ‘pieni poteri’ e elezioni, elezioni che lui, capo di partito (altra anomalia) dovrebbe gestire e garantire proprio da quella poltrona.
Sono due notizie che apparentemente non hanno nulla in comune, ma derivano invece da un medesimo equivoco.

Come spero sia ovvio, qui non parleremo di politica spiccia: le beghe locali non ci interessano, pur essendo le imminenti elezioni italiane l’argomento del giorno. Non troverete qui indicazioni di voto, nè reprimende sui temi che tengono banco, tipo l’immigrazione o i rapporti con l’UE, il ponte Morandi o Bibbiano.
Parleremo appunto di quello che a nostro avviso accomuna queste due notizie, ed è una interpretazione profondamente errata del delicato rapporto tra etica, diritto, politica e società che ammorba molta parte del mondo, anche di quello che si dice civilizzato. Di quello occidentale e ‘progredito’ ci occuperemo, poichè delle storture delle dittature o delle Repubbliche islamiche teocratiche rette dalla Shari’a non avrebbe senso parlare.

La giustizia americana è un ottimo esempio di quel che voglio dire. E’ una giustizia che vuole essere innanzitutto ‘giusta’ e fondata fermamente sul concetto di ‘comunità’. Noi abbiamo un’impostazione che dà preminenza alla Legge, per cui l’attenzione è tutta sul delicato momento della sua produzione, in genere all’interno del Parlamento. Una volta promulgata, in un certo senso, “dura lex, sed lex”, la legge può essere dura, ma va rispettata. In un Paese immenso come gli USA, dove lo Stato centrale era ed è spesso lontano fisicamente e culturalmente, la base dell’ordine sociale era la comunità, la legge lo sceriffo che la comunità eleggeva. Non moltissimo è cambiato da allora: anche per via del sistema di common law anglosassone, per gli americani la Legge è importante ma fino a un certo punto. Vale la Giustizia e la giustizia è quella che la comunità di riferimento percepisce come tale. Per questo può avvenire, per estremo, che qualcuno che ha ammazzato la moglie a coltellate, pur riconosciuto colpevole del fatto, venga dichiarato innocente per via della storia patetica che porta in tribunale. Inventiamo: lei era una poco di buono, lo tradiva, lo umiliava, non lavorava e spendeva tutti i suoi soldi, gli ha ucciso il figlio perchè è caduto dalla finestra mentre era ubriaca ecc.ecc. La giuria popolare, impietosita, sente come Giusto che quest’uomo non è un criminale. La criminale, semmai, era lei. Quindi, seppure la giustizia del diritto lo condanna (lui l’ha ammazzata per davvero!) la giustizia etica lo assolve e la giuria popolare sta là proprio per questo, per vigilare su questo rapporto. Il vecchietto pirata della strada è la stessa cosa. Ha infranto la legge, ha guidato pericolosamente, ma poverino… Un europeo direbbe (o avrebbe detto in passato). “si, certo..ma cosa sarebbe accaduto se infrangendo il codice della strada avesse fatto un incidente ferendo o uccidendo qualcuno? E se l’ha fatto una volta lo rifarà..” Risponderebbe l’americano: ” Si, ma non l’ha fatto.. E se lo facesse, allora sarà processato e trovato colpevole.”

E la Giustizia trionfa.
Mica tanto…

E’ questo il problema: innanzitutto, il disgraziato che il novantenne ferirà o ucciderà la prossima volta, lo avranno sulla coscienza quel giudice o quei giurati. Ben più importante è il fatto che la Legge deve essere ispirata da giustizia, ma poi deve essere applicata, svincolata dalla pancia della folla o dalle emozioni del momento, esiste per questo. Una certa discrezionalità del giudice deve essere garantita comunque: il legislatore non può prevedere tutti i casi specifici. Ci può sempre essere l’eccezione non prevedibile e qui interviene il buon senso. Il buon senso, appunto: non l’emozione o i palpiti del cuore della massa mediatizzata.

Non si pensi che questa stortura è cosa tutta americana che nulla ha che vedere con la virtuosa Europa. In Italia si ama affermare che saremmo la “culla del diritto”. Orbene, quante volte abbiamo assistito a processi mediatizzati dove, all’assoluzione degli imputati la folla urlava che “voleva giustizia” e che la giustizia era stata tradita? Eppure, i magistrati sono chiamati ad attentamente pesare prove a carico e a discarico e a valutare se nel quadro di Legge l’imputato è condannabile o meno. “Assolto per assenza di prove” non significa essere certi dell’innocenza, spesso è vero il contrario. Ma il Diritto obbliga a non condannare qualcuno in assenza di prove certe, o almeno ragionevolmente tali. Eppure, fuori, la folla rumoreggia, si sente tradita, sente che quella decisione “è una beffa”, non è etica.

E qui siamo, forse, al punto. L’etica è cosa preziosa, ma -come molti filosofi hanno dimostrato e come chi scrive personalmente crede- è uno spazio del tutto individuale. Il singolo è/deve essere etico, ma in politica, dunque nello Stato (Potere Legislativo, Esecutivo, Giudiziario) questa dimensione etica individuale si realizza, viene portata solo nel momento di formazione della Legge. Il momento dell’applicazione della medesima è una fase più rituale, quasi meccanica, contemperata dal buon senso del giudice ma sino a un certo punto. Il magistrato è chiamato a decisioni giuste, non etiche, men che meno di un’etica isterica di massa. La Corte Costituzionale, terzo e ultimo grado di giudizio, vigila sulla correttezza del processo, non sull’eticità della sentenza: che l’imputato fosse Jack lo Squartatore o Madre Teresa di Calcutta, in quella Sede non ha alcuna importanza.

Questa confusione tra giustizia ed etica, tra spazio individuale e pubblico, questo andare alla ‘pancia’ della folla come depositaria di diritto alla Giustizia ammorba sempre più la politica, specie in un’era dove i media tradizionali prima e Internet dopo hanno creato un rapporto quasi diretto e immediato (pensiamo ai tweet o a facebook) tra il politico e la base. Nello spazio della politica, le parole hanno un peso enorme e sono gravide di responsabilità: nel bar di periferia si possono urlare la propria rabbia, le proprie convinzioni anche eccentriche, dichiarare ogni sorta di cosa e tutto finisce li, con un brindisi… Il momento che la politica adotta il linguaggio del Bar Sport per ‘essere vicini alla gente’ e per far presa con immediatezza, siamo in guai grossi.

Ma attenzione! In genere, chi si lamenta di ciò -e sono in molti- lo fa per dare la croce addosso a questo o quel politico e partire con la predica che egli userebbe la folla, ipnotizzandola, per un bieco calcolo di potere personale.
Attenzione, ripeto: la politica di oggi non lo fa solo per un calcolo di potere. Se così fosse, la massa se ne accorgerebbe presto, e scatterebbero gli anticorpi. No: lo fa -da un certo punto di vista- anche per motivi etici. La diffusa percezione che la politica è troppo distante crea una deficit rappresentativo largamente percepito. Di qui, l’avvicinarsi del politico al ‘popolo’ assumendone atteggiamenti, toni, linguaggi, condividendone le paura e i mal di pancia, è percepito in maniera diffusa come giusto, e di una giustizia etica. La giustizia etica è quella del giudice che assolve il vecchietto, o il marito omicida: è una giustizia che non bada, va oltre alla ritualità del linguaggio, della legge, delle regole perchè applica non il Diritto ma il Giusto, così come è percepito dalla folla.
Ecco Matteo Salvini, maestro indiscusso di comunicazione, che chiede ‘pieni poteri’, dalla poltrona del Viminale. Sa benissimo, non può non saperlo, quali campanelli suona questa richiesta, che precedenti evoca, ma la fa ugualmente. La fa perchè sa che buona parte dell’Italia è stufa, non si sente rappresentata, ha paura ed è disgustata. Questa parte se ne infischia della ritualità politica, delle regole, del parlare attento: vuole ‘giustizia’. E lui gliela offre, spregiudicatamente.

Matteo Salvini ha davvero in mente, come dicono i suoi detrattori, quello che avevano in mente coloro che prima di lui fecero questa richiesta? Non lo sappiamo e qui non importa assolutamente, così come non importa se valga la pena o meno votare per lui, se vi piaccia o no. Qui importava ragionare sul percorso che porta a questa situazione, bella o brutta che sia. Importava far capire che tra il novantenne assolto per guida pericolosa e le dichiarazioni del Ministro dell’Interno che chiama la crisi di Governo vi è un nesso preciso, un nesso che punta a cosa sta diventando la nostra società in generale.
Ragionare su questo, sul perchè succeda, se ci stia bene o se ci siano correzioni da fare mi sembra l’esercizio più utile in vista del voto imminente e dei seguenti. Quale risposta dare, sta interamente a voi, non c’è una ricetta buona per forza. Ma almeno pensarci, come cittadini, è non un diritto, ma un dovere.

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