Pesach, la Pasqua ebraica

Buona Pasqua a tutti. Chag Pesach Sameach! (felice festa di Pasqua!).

L’augurio ebraico ci ricorda che nella nostra città che, almeno quanto a origini, è tuttora multiculturale e multietnica, la festività pasquale viene celebrata in modi e tempi diversi nelle varie Comunità.
La Pasqua ebraica, che quest’anno cade nello stesso periodo di quella cattolica -quella cristiana ortodossa sarà la prossima settimana- si chiama Pesach, dove la “ch” corrisponde a un suono molto gutturale, simile a quello della “j” spagnola o del “ch” duro tedesco di “doch”.
Pesach ha ovviamente, per l’ebraismo, un significato molto diverso, non legato alla resurrezione di Gesù ma alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto. La festa, o meglio il periodo festivo, dura otto giorni, da sabato a sabato a partire dal 15 del mese di Nissàn, quest’anno appunto a partire dal tramonto di venerdì 19 aprile (lo Shabbat, il Sabato, inizia dal tramonto di venerdi e termina al tramonto di Sabato).

La festa, ricchissima di simbolismi come è caro d’altronde alla cultura ebraica, comincia nei giorni precedenti allo Shabbàt di Pesach con la “ricerca di chamètz“: nelle famiglie tutti, ma specie i bambini che si divertono parecchio in questa particolare ‘caccia al tesoro’ al contrario (il “tesoro” è in realtà qualcosa da eliminare!), si danno da fare per scovare ogni traccia di alimenti derivanti o contenenti cereali lievitati, briciole nascoste incluse, in quanto a partire dalla festa essi saranno assolutamente proibiti.

Al tramonto di Venerdi, la famiglia si riunisce per il seder, la cena pasquale, fortemente ritualizzata nei cibi, nei gesti, nelle parole: la parola stessa seder significa “ordine”. Solo alcuni cibi sono previsti, ognuno dei quali con un suo preciso significato. Le erbe amare (maròr) per esempio vengono dal racconto biblico, e vengono intinte in una ottima salsa dolce a base di frutta secca, chiamata charosèt, di consistenza e colore ricordanti la malta che si usava per le costruzioni, in Egitto. Quattro brindisi vengono eseguiti, dopo il Kadish di inizio (la benedizione), richiamanti le quattro promesse fatte da D.o al popolo d’Israele.
Il cibo forse più rappresentativo in assoluto di tale festività è il pane azzimo, non condito e non lievitato, la matzà: durante la cena, le matzòt vengono spezzate in due dal capofamiglia che recita la Haggadah, in memoria delle acque del Mar Rosso che si sono aperte per favorire il passaggio degli Ebrei verso la salvezza.

La Haggadah, ovvero il racconto, è recitato a cena e regola la stessa, intervallato anche da canti tradizionali, in un’atmosfera molto particolare e insolita per un gentile, grazie al misto di profonda religiosità, ritualismo e simbolismo realizzati però appunto in un contesto familiare, allegro e gioioso. Personalmente, trovo che proprio nel seder di Pesach si possa assistere forse più di ogni altra occasione al rivelarsi del peculiare spirito ebraico: se da una parte esso segue fedelmente le mitzvot (= doveri, comandamenti) in una cornice fortemente ritualizzata, dall’altra evidenzia sempre l’amore profondo per le gioie della vita e della famiglia nella loro pienezza, come testimonia anche il brindisi ebraico più conosciuto “L’chaim!” (לְחַיִּים :alla vita!) con il quale vi arrivi il mio augurio più sincero di una Pasqua di grande serenità.

Giulio Campos

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