Passeggiata lungomare a Trieste, duecento anni fa.

Passeggiata lungomare a Trieste, duecento anni fa.

Di Giulio Campos

Impossibile pensare oggi a un triestino autoctono, acquisito o anche solo di passaggio, che non si sia goduto qualche ora libera sul lungomare di Barcola. Eppure, scopriamo che una volta non era affatto così, senza nemmeno andare troppo indietro nel tempo. Non si tratta infatti di risalire al Medioevo o ai Romani: Trieste, pur antichissima, si è sviluppata ‘recentemente’ (in termini storici. Basta tornare alla prima metà dell’Ottocento, prima della costruzione della ferrovia per Vienna (1857) e degli imponenti lavori per l’interramento che diede origine al Porto nuovo, oggi Porto Vecchio (1865 – 1883).
La Trieste che troveremmo presenterebbe una linea di costa ( dal centro a Roiano) che è ancora sostanzialmente quella medievale, con l’importante differenza che la città si è espansa a Est fuori dalle mura -rappresentate più o meno dal tracciato di Corso Italia- tramite l’edificazione del Borgo Teresiano sopra l’area delle antiche saline, delimitate a est dallo scorrere del Torrente (che oggi scorre sotto la via Carducci, anticamente ‘Via del Torrente’).

Barcola (San Bortolo) è ancora una frazione isolata di pescatori. La si raggiunge solo dall’alto, attraverso l’antica Strada del Friuli scendendo per le odierne via del Perarolo e Bovedo, oppure via mare approdando ai moletti, che si dicono addirittura di origine romana, oggi sepolti all’incirca sotto il giardino. La spiaggia, di sabbia e ciottoli, è più o meno davanti all’odierno marciapiede lato terra, davanti alla chiesa e alla farmacia. L’abitato, di poche case, è concentrato soprattutto sulle pendici del monte, ma si è già esteso alla spiaggia dove comunque l’edificazione (alquanto sparsa) va dalla via Bovedo, dove c’è il cimitero, fino alla salita di Contovello, circa a metà dell’odierna pineta che ovviamente non esiste ancora. Oltre, non c’è nulla: solo una lunga spiaggia bassa interrotta dal porticciolo di Cedas. Non c’è ancora il castello di Miramare (a Grignano,raggiungibile solo via mare, sorge isolato il vecchio convento dei frati) e quindi non c’è la via Massimiliana carrozzabile che lo unisce alla città. Ovviamente, non c’è nemmeno la Strada Costiera, inaugurata appena nel 1932. (*)

Dove vanno a passeggiare allora i Triestini che mostrano già allora il loro proverbiale edonismo, fatto di un tempo libero speso con uno straordinario amore per l’aria aperta, le passeggiate e la bella vita? Beh, le passeggiata più amata ed elegante è Sant’Andrea, un viale alberato (in parte tuttora esistente) dopo il promontorio della Lanterna, dove si allineano molte ville prestigiose e si svolge il Corso delle carrozze. Chi vuole restare più vicino al mare, specie con la bella stagione, allora come oggi si volge nella direzione opposta: la ‘Barcola’ dell’epoca, o meglio il suo equivalente, sta nella zona compresa tra la fine del Borgo Teresiano e l’entrata a Roiano.

Non è facile raffigurarsi un’immaginaria passeggiata festiva di quasi duecento anni fa, tutto è molto cambiato da allora, ma con la pigra curiosità della domenica possiamo provare a farlo.
Immaginiamoci, alla radice del molo Audace, allora San Carlo e guardiamo la città. Davanti a noi avremmo a destra una piazza Unità (piazza Grande) ancora occupata dal Mandracchio, il porticciolo antico, racchiuso dalle mura. Alla sua sinistra invece, e fino al Canale, la città è piuttosto riconoscibile. Oltre il vecchio palazzo della Luogotenenza, demolito nel 1908 per far posto all’attuale Prefettura, vedremmo la mole conosciuta del teatro Verdi. Il suo aspetto verso mare sarebbe un po’ diverso dall’attuale: vi ravviseremmo il grande tetto spiovente, scomparso circa trent’anni fa con i restauri, e una brutta facciata irregolare, dovuta al fatto che essa era nascosta alla vista dalle mura cittadine fino alla loro recente, per allora!, demolizione. La vista di la in poi, fino al palazzo Carciotti, sarebbe sorprendentemente simile a oggi, salvo per la linea di costa più arretrata e per la selva dei velieri che affollano le rive e il Canale.
Superato il ponte alla fine del Canale, sopravvissuto fino agli anni Cinquanta dello scorso secolo, le cose comincerebbero a cambiare. Nessuno dei palazzi che conosciamo sul lato destro di Corso Cavour esisterebbe, come non esisterebbe Largo Duca degli Abruzzi. La costa seguirebbe più o meno il bordo sinistro della via, interrotta da un vecchio molo in uso alle saline, il Molo del Sale, ora sotto il teatro Miela.
Dove c’è l’Hotel Jolly troveremmo lo Squero Panfili, con un coacervo di piccole costruzioni di servizio alla darsena dello Squero. La prima sorpresa sarebbe quindi che, per andare dal molo audace a Roiano, la via lungo la costa non sarebbe quella giusta: dovremmo invece prendere la via principale, l’odierna via Roma, continuare su via Ghega e raggiungere così l’area di piazza della Libertà. Le Rive, iniziate alla Sacchetta, finiscono in pratica al Canale o poco oltre, non diversamente da oggi.

Se via Ghega, dove molti edifici del Settecento o primo Ottocento sopravvivono, sarebbe abbastanza simile, tutto cambia arrivati a piazza della Libertà. Innanzitutto, la collina avanzerebbe di molti metri verso il mare rispetto ad oggi, scendendo con un pendio dolce, ricoperto di ville e giardini: una campagna suburbana elegante, grazie alla vicinanza con la città, la buona esposizione verso Sud e il mare subito sotto.
La linea di costa è qui infatti profondamente mutata: in pratica, dallo squero Panfili, con una curva dolce raggiunge l’angolo a monte della Stazione Ferroviaria su viale Miramare. La spiaggia non è larga -la collina, ricordiamo, non è ancora stata sbancata- e si risolve uno spazio semiurbano, vagamente triangolare, tra via Sant’Anastasio e via Ghega. Su questo spazio insistono alcune costruzioni settecentesche tra cui l’antico Macello, separato dalla città dallo sbocco a mare del Torrente Klutsch. (oggi sotterraneo).

Oltre quest’ultima ‘piazza’ il paesaggio si fa veramente idilliaco e campagnolo. Sulla destra, come abbiamo detto, ville e giardini in pendio, avanzati rispetto al viale Miramare odierno, frutto degli sbancamenti per la costruzione della ferrovia, tutti godenti di una spettacolare vista sul mare, ricordata dal vecchio nome di via Udine come ‘via del Belvedere’, oggi un po’ incongruo. A sinistra, una lunga spiaggia curva, prevalentemente sabbiosa, che partendo dalla foce del torrente (circa corrispondente al semaforo pedonale davanti alla Sala Tripcovich) arriva lambendo il pendio fino alla foce del Torrente Martesin e l’ingresso del Lazzaretto (di cui diremo più oltre), più o meno al semaforo di Roiano.
Lungo la spiaggia, vi è la Tettoia, passeggiata amatissima dai Triestini di allora. Si tratta appunto di una lunghissima tettoia, esposta a Sud-Ovest, da cui si gode una bellissima vista della città e delle rive e che offre riparo dal sole eccessivo dell’estate o dalla pioggia nella brutta stagione. Raffigurata in numerose stampe, facente parte della fabbrica di cordami, si trovava all’incirca all’altezza della prima parte di Viale Miramare e rappresentò per lunghi decenni l’equivalente della passeggiata Barcolana lungomare.


Al termine della Tettoia e della spiaggia, la foce del Rio Martesin, attraversato da un ponte di legno che menava al grande Lazzaretto teresiano. Composto di due bacini e numerose costruzioni accessorie, occupava l’area a mare compresa tra il Largo a Roiano e la curva del Piccolo Mondo, dopo il comando della Polizia Urbana, dove la costa formava una sorta di punta alla quale si addossava il Lazzaretto. L’entrata verso Trieste era sottolineata da un portale monumentale in pietra d’Istria, di gusto barocco. Questo portale esiste ancora, montato all’accesso della Base militare del Lazzaretto a Muggia.
A destra, invece, un viottolo conduceva all’abitato di Roiano, nella valle fra i rivi, e saliva la prima pendice della collina di Gretta (la parte tra via Udine e viale Miramare affacciata verso Trieste) dove si trovava il ‘Lustgarten’ triestino, cioè un ‘giardino di piacere’, parco o spazio verde suburbano all’uso tedesco, ricco di birrerie e trattorie all’aperto dalle quali si godeva di una bella vista verso la città da una parte e il mare aperto dall’altra, che corrisponde forse alla veduta immortalata in una famosa stampa ‘bucolica’ del Rieger.

I lavori per la Ferrovia Meridionale di collegamento con Vienna (avete presente la canzone ‘E adesso che gavemo la strada ferrata’..?) prima, gli sbancamenti per portare la stessa al livello del Silos, i progetti non sempre felicissimi per il Porto Nuovo e la crescita urbana hanno completamente fatto sparire questo angolo marittimo e bucolico.
Nel frattempo però, Massimiliano d’Asburgo costruì il suo castello a Miramare che, anche se non subito, venne collegato alla città tramite una carrozzabile (viale Miramare), aprendo alla fruizione cittadina la frazione di Barcola, che sarà raggiunta da una delle prime linee di tram a cavalli.

Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Giulio Campos

(*) noi contemporanei abituati ai collegamenti, culturali e fisici, verso Ovest e l’Italia fatichiamo un po’ a ricordarci che i principali collegamenti via terra della Trieste di un tempo andavano in direzione opposta, verso Est, attraversando il Carso in direzione Lubiana e quindi Vienna. La città si raggiungeva attraverso Opicina soprattutto, e Basovizza. Verso Ovest, c’era solo la strada del Friuli che restava lontana dal mare dirigendosi verso Aurisina.

 

(Ringraziamo l’ ERPAC per la concessione dell’ uso dell’immagine)

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