Free Solo: una scalata da Oscar

L’uomo possiede l’innato desiderio di superare i propri limiti, di portare l’asticella sempre più in alto. Si discute spesso sul confine che bisogna porre per considerare l’ambizione un’attitudine utile e non un sentimento potenzialmente distruttivo.
L’impresa di Alex Honnold, raccontata nel film Free Solo, vincitore del premio Oscar come miglior documentario, affascina milioni di persone, trasportando il pubblico nel Parco Nazionale dello Yosemite dove, sulla parete dell’El Capitan, vetta alta 2307 metri, in meno di 4 ore, il giovane climber passo dopo passo riesce a giungere alla sua tanto agognata meta, ovvero la cima di questa maestosa montagna.
Non sembrerebbe qualcosa di tanto incredibile, se non fosse che Alex nella sua salita non aveva nessuna protezione, nessuna corda.
In questo modo l’impresa consumatasi in California non colpisce solo per l’incredibile forza fisica impiegata per scalare 1000m di parete in 3 ore e 56 minuti, ma fa discutere per la incredibile potenza mentale che accompagna Honnold nella sua impresa.
La concentrazione e il controllo della propria psiche e dei propri sentimenti, che il ragazzo dimostra in ogni singolo passaggio della sua grande opera ha dello straordinario.
Un documentario che avvicina gli spettatori ad un mondo a parte, quello dell’arrampicata sportiva, una realtà che non è ancora consolidata e conosciuta, specialmente in Italia.
Il fascino della disciplina giace in diversi suoi aspetti: in primo luogo, nel caso dell’arrampicata Outdoor, è sicuramente il rapporto con la natura. Il fruscio delle fronde degli alberi, la ricerca della fessura migliore, il conoscere la roccia e i suoi mutamenti, rendono il free climbing un’occasione di incontro con la natura, quasi un ricongiungimento ad essa.
Un’altro aspetto interessante, che si invidia ad Alex Honnold, è il controllo fisico e mentale, la necessità di concentrarsi su ogni singolo movimento e di conseguenza su ogni singolo muscolo del proprio corpo. Nell’arrampicata con la corda il sentimento potrà essere meno amplificato, ma non per questo manca di quella fusione di adrenalina e tensione tipica di questo sport. Ciò che rende l’arrampicata sportiva un sport unico in ogni sua manifestazione è proprio la possibilità di estraniarsi da tutto ciò che ci circonda, visualizzando nella mente solo ciò che ci è utile all’obiettivo che cerchiamo di raggiungere in quel momento.
Spesso lo sport può deteriorarsi, intraprendendo una forma di agonismo controproducente, atta non più a superare i propri limiti, bensì al superamento degli altri. Si abbandona così il viaggio introspettivo e l’occasione d’incontro con il prossimo per dimostrare una supremazia, un dominio nel quale la nobiltà della lotta con se stessi lascia spazio al mero sentimento di odio e disprezzo, snaturando la vera essenza delle discipline, agonistiche e non. Qualsiasi genere di attività sportiva è un’occasione di crescita, dona a chi lo pratica la possibilità di appassionarsi, di conoscere il proprio corpo, testare i limiti di esso e molto altro.
L’impresa di Honnold non è un incitare le persone a perseguire una vita estrema e sregolata, ma è la storia di un’uomo che ha dedicato 20 anni della sua vita alla sua più grande passione e che con studio, allenamento, perseveranza e, ovviamente, coraggio, ha raggiunto l’obiettivo che per anni ha potuto solo sognare. La meta di Alex Honnold non è un mostrare che l’uomo sia invincibile, anzi: mostra la fragilità del singolo di fronte alla propria ambizione, quanto si possa essere condizionati da essa, ma anche quanto, una volta acquisiti gli strumenti necessari, si possa essere in grado di fronteggiare ogni cosa, fino ad arrivare alla realizzazione del proprio obiettivo.
Grazie ad Alex, per 96 minuti gli spettatori si sono ricordati che nulla è impossibile e che con convinzione, impegno e perseveranza chiunque può arrivare al proprio traguardo.

 

Chiara D’Incà

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