Il lato oscuro dell’amore nelle segrete di un castello

Castello Di Barbablù, Alessandra Tombesi

Di Esubalew De Gironcoli

Apri, apri, aprile per amor mio.
Ricordati le leggende; sette chiavi per aprire sette porte.

Alessandra Tombesi
Vive e lavora a Trieste. Dopo aver frequentato i corsi di scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia ha seguito dei corsi di incisione e acquaforte, per poi concentrarsi sull’illustrazione partecipando alle lezioni tenute da Svjetylan Junakovic (docente all’università di Zagabria) e attualmente frequenta i corsi della Scuola Internazionale di Grafica contemporanea a Venezia tenuti dal maestro Vecchiet. Ha realizzato libri, sia in collaborazione sia singolarmente e loghi, sia per privati sia pubblici.

Solo storie per bambini?
Immagini potenti, dal tratto deciso e dai colori cupi posso trasportare in mondi lontani, inabissati chissà dove e chissà quando. Ho tentato di lasciarmi trasportare, di permettere alle immagini di raccontarmi una storia. La prima tavola mi narra d’un bacio che ha sapore di possessione. Un amore che attira la luce di una giovane donna nel mondo delle ombre. Questo è l’ingresso al castello, dove tutto ha inizio. Subito dopo è la luce a prevalere, il candore di una giovane innamorata che sussurra all’orecchio dell’amato la sua devozione, il suo desiderio di fondersi con lui, d’essere una cosa sola. Ed è ecco che il buio ritorna prepotente, sotto lo sguardo severo di lui, mentre dal volto spento della ragazza sgorgano lacrime di paura, eppure non c’è tentativo di fuga, solo il desiderio di essere amata, la speranza di non essere ferita. Ed ecco stagliarsi davanti a noi sette enormi monoliti, sette portali che ci sovrastano più scuri dell’oscurità in cui sono immersi, ciò che è nascosto e che Giuditta anela conoscere per poter essere tutt’uno con l’amato. Barbablù mostra le sette chiavi, che guizzano sotto o dentro la barba candida in questa scena, guardandola severamente. Ora lei è proiettata nella prima porta, dove acuminate stalattiti e stalagmiti a forma di lame, anche seghettate, sembrano lacerarla. 
Eppure eccola di nuovo, sorridente, felice di essere di un passo più vicino a lui e gli occhi di Barbablù si son fatti più umani, più teneri, quasi fosse stato commosso dall’intrepido coraggio dimostrato dalla giovane. Ora è lei ad essere arma, divenuta carrarmato fa fuoco dove passa, con lo stesso impeto con cui si è ferita ferisce. In questo modo si giunge al tesoro nascosto, così luccicante da rendere Giuditta la sagoma scura, forse inebriata da tutta quella ricchezza in cui sembra essersi immersa. Improvvisamente tutto si fa più statico e severo, due occhi profondi di chi sembra aver acquisito una conoscenza nuova ci fissano mentre rami d’un bosco illusorio nascono dal suo capo. Se prima Giuditta era albero ora è paesaggio, fondendosi coi fiumi e stagliandosi davanti alle montagne sembra dominare l’intero panorama. L’acqua è il tema della scena successiva, acqua chiara composta da cristalli di lacrime che scendono a cascata e la ragazza l’ abbraccia mentre sembra iniziare a capire. Sagome di donne si stagliano nell’oscurità, Giuditta ci osserva e sembra chiamarle o forse urla contro Barbablù. Le lacrime che divennero sagome ora sono nitidamente donne, donne che volano, donne che nuotano nell’oscurità che le circonda e le avvolge. La stessa curiosità che ha portato la giovane sposa a perlustrare i segreti dell’amato la risucchia condannandola chissà dove, l’ultima chiave legata al polso destro, privata della lucentezza che l’ha caratterizzata fino ad ora, gridando viene trascinata con chi l’ha preceduta nell’oblio.

Intorno al “Castello Di Barbablù”
Distesa su un prato, ascoltando le note suonate dal marito Claudio Crismani Alessandra lascia vagare la mente, travolta dalle emozioni che la musica le da tenta nei giorni successivi di tramutarle in immagini. Confrontandosi col marito scopre di aver colto inconsciamente il senso della musica, erano infatti le note di Bartok che assieme a Balazs agli inizi del Novecento compose un’operetta che trattava appunto di Barbablù e del suo castello. Approfondita questa versione del racconto, è una favola che viene tramandata in molte versioni e le cui origini si perdono nel tempo, Alessandra decide di raccontare una storia breve composta da quindici tavole ognuna correlata da poche parole, estrapolate dal libretto di Balazs, che nell’insieme riescono a trasmettere la dimensione teatrale della storia.
Essendo un’opera basata su un denso simbolismo si potrebbe discutere ore su tutti i significati e le possibili interpretazioni; cosa che persone come Laura Simeoni, giornalista specializzata nel campo artistico, Claudio Crismani ed altre persone vicine ad Alessandra hanno fatto. Laura spiega come una storia che parla di un uomo che uccide e tortura le proprie mogli sia, purtroppo, sempre attuale e faccia riflettere, ma sottolinea anche come sarebbe una lettura eccessivamente superficiale di un lavoro che si sviluppa su vari livelli.
Claudio, invece, ci racconta che in una lunga discussione avuta con Edmundo Erba (criminologo argentino con un’esperienza trentennale alla Scotland Yard) siano arrivati a convenire addirittura che la reale vittima sia Barbablù, che infondo anche alla fine della storia resta col cuore spezzato e condannato alla solitudine.

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