La danza delle parole (elementi di psicanalisi): esserci

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Accade che non si riesca più a vedere l’orizzonte, sentendosi un po’ imprigionati in una gabbia senza cielo.
È quando si inizia a pensare che forse, se si fossero fatte scelte differenti, la nostra vita avrebbe più qualità, sarebbe più interessante, più bella, più come la volevamo noi, più ideale.
Accade che si ha la sensazione di rimanere imbrigliati in questa circolarità, dove la ripetizione del passato non fa che stringere le maglie attorno alla fantasia di aver potuto fare altro e di non averlo fatto.

Questo è un altro modo per non procedere; un modo che l’inconscio escogita per attanagliarci in un nuovo sintomo.
A questo punto, proprio a questo punto, occorre proseguire partendo da ciò che stiamo facendo; partire dall’attuale, dal contingente, da ciò che occorre, perché ciò che è stato fatto è ancora nell’attuale, e nell’attuale lo possiamo modificare. Non possiamo cambiare il passato e non sarebbe interessante, perché la logica che abbiamo avuto nel fare le cose aveva un suo senso, ma possiamo cambiare sguardo sulle cose fatte nel passato, ascoltare e ascoltarsi per quello che eravamo, ammettendoci anche per quello, senza moralizzarci, senza condannarci.

L’inconscio è atemporale. È una questione di ammissione, di apertura verso l’altro di noi che ha attraversato esperienze, fantasie e questioni che oggi riconosciamo come assurde o che oggi affronteremo in modo diverso. Ma ieri eravamo così, domani saremo diversi. La differenza tra noi e noi, pervade ciascun istante, la differenza pervade ciascuna cosa, differenza da sé stessi, divisione strutturale. Siamo dove ci manchiamo, in quello iato, scissura, taglio che irrompe nella nostra essenza, nell’idea che ciascuno ha di sé.
Quindi si tratta anche di ammettersi nella trasformazione che ci accompagna nel percorso di vita.
In effetti c’è da chiedersi se veramente il nostro ideale dell’io voglia da noi determinate cose, se invece non infierisca sadicamente per farci corrispondere all’Io ideale.

Freud ricorda come gli umani siano costretti a rinunciare alle loro pulsioni per il bene della civiltà e di come le pulsioni debbano fare i salti “mortali” per giungere, nonostante tutto, alla loro meta.
Non che questo lavoro ci lasci indifferenti, infatti crea un senso di ribellione che spesso paghiamo con il relativo senso di colpa o addirittura nel fare cose che poi ci giustificano il senso di colpa.
Ciò che abbiamo fatto in passato e che ora vorremmo cambiare è la traccia di questo senso di colpa, la ribellione che si è espressa in quel modo per cercare aria, luce, libertà, incontrando invece questioni difficoltà, alle volte violenza o mancanza di coraggio.

L’altro di noi ha inventato situazioni per ricreare il suo ideale dell’io e si è ritrovato come si è ritrovato: inciampando, “sbagliando”, facendo “errori” e perdendo il percorso ideale per incontrare quello di ciascun umano; perché l’umano è fatto per tentare e inseguire abbagli, sogni, collere, illusioni, alla ricerca della felicità.
“Chi fa sbaglia”, perché la via non è diritta, non è già tracciata: la vita si inventa ciascuna volta. La vita è un grande gioco dell’oca dove ci tocca psichicamente, ritornare sui nostri passi e rifare cose che non si sono intese.
E l’errore è errore di calcolo perché le cose non si possono calcolare ma ascoltare nella loro irruenza e nel loro debordamento.
L’uomo è eccessivo. Le cose eccedono dal solco e non sono sottoponibili a contenimenti di sorta. Le cose sono inconciliabili e a noi non è dato essere i loro mediatori, in nome di una presunta e auspicata dalla società, sistemazione. Più cerchiamo di sistemarle e più ci sfuggono di mano in una rincorsa che occupa il nostro tempo e energia pulsionale con l’effetto che l’unica cosa che viene impegnato è il sintomo e noi veniamo“sistemati” in un limbo atemporale.
Come capire se siamo vivi e fuori da questo limbo? Quando le cose non funzionano.
Tutto ciò che non funziona è nel tempo. Perché le cose e il tempo si sottraggono alla funzionalità.
Le cose accadono. Con o senza il nostro consenso. Vivere è cavalcare ciò che accade.
Nell’oggi, nell’adesso, nell’attuale, nel contingente. Né un minuto prima, né un minuto dopo. Occorre esserci dentro. Senza se e senza ma.

Ogni giorno è una sorta di battaglia che ci provoca ad attingere alle nostre specificità, potenzialità, senza garanzie e senza rete.
Se si procede nel tempo, immersi nel tempo, non vi sono spazi per il passato, per il futuro.
Tutte fantasie che tolgono energie e distraggono dall’esserci.
Il futuro lo creiamo oggi. La difficoltà è esserci ora. Forse per questo pensiamo al passato o al futuro, per sfuggire al presente.
Ma l’Altro di noi, quello che ci attende e che si snoda silenziosamente in ciascun istante, non ci abbandona, non ci truffa, non ci inganna, semplicemente segue la sua mappa, cerca il suo “tesoro”, sbagliando, inciampando, traballando, ridendo dei tentativi di volerlo ingabbiare. Occorre seguirlo, ascoltarlo, amarlo.

Esserci è fare di ciascun interlocutore una occasione di ascolto e di parola. Senza pensare che dobbiamo fare altro o essere da un’altra parte. Perché quello che stiamo facendo è già il nostro modo per divenire Altro.
E il nostro ieri è stato il modo per giungere all’oggi, così come siamo, né più , né meno.
E la strada è stata quella “giusta” perché non esiste la strada ideale, perché non abbiamo colpe, perché, come ciascuno, procediamo bendati, sordi e ciechi e man mano che procediamo incontriamo la luce, le voci, la parola.

La speranza, l‘apertura, il rilancio, permeano il nostro procedere, sono il segno che la morte non sarà mai alla fine delle cose, ma sempre con le cose, cose che dunque non incontreranno mai la fine, bensì il loro dispiegamento.
E l’alto e il basso non si possono disgiungere, collocare, dividere, rimpiangere; l’alto e il basso, come onde, sono il ritmo che accompagna la nostra esperienza.

Roberta de Jorio ©centoParole Magazine – riproduzione riservata.

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