Il gioco del mondo: i pesci

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Andavamo i pomeriggi a vedere i pesci del Quai de la Mégisserie, di marzo, il mese leopardo, quello acquattato, ma ormai con un sole giallo in cui il rosso ogni giorno entrava un pò di più. Dal marciapiede che seguiva il fiume, indifferenti ai bouquinistes che non ci avrebbero dato niente senza denaro aspettavamo il momento in cui avremmo visto le vasche(camminavamo lentamente, rimandando l’incontro), tutte le vasche al sole, e come sospesi in aria centinaia di pesci rosa e neri, uccelli fermi nella loro aria rotonda. Un’allegria assurda ci prendeva cingendoci alla vita, e tu cantavi trascinandomi ad attraversare la strada, ed entrare nel mondo dei pesci appesi in aria. Tirano fuori le vasche, i grossi barattoli in strada, e fra turisti e bambini ansiosi e signore che collezionano varietà esotiche(550 fr. pièce) ecco le vasche sotto il sole con i loro secchi, le loro sfere d’acqua che il sole mescola all’aria, e gli uccelli rosa e neri girano danzando dolcemente in una piccola porzione d’aria, lenti uccelli freddi.

illustrazione: Elisa Gandolfo (2015)
Li guardavamo, giocando ad avvicinare gli occhi al vetro, schiacciandovi il naso, facendo infuriare le vecchie venditrici armate di reti per cacciare farfalle acquatiche e capivamo sempre meno ciò che è un pesce, seguendo la via del non comprendere andavamo avvicinandoci a loro che non si comprendono attraversavamo le vasche e arrivavamo vicino alla nostra amica, venditrice del secondo negozio venendo do Pont-Neuf, che ti disse: “l’acqua fredda li uccide, è triste l’acqua fredda..” e io pensavo alla cameriera dell’albergo che mi dava consigli per una felce: ” non la annaffi, metta un piatto pieno d’acqua sotto il vaso, così quando vuol bere, beve, e quando non vuole bere non beve..” E pensavamo a quella cosa incredibile che avevamo letto, che un pesce solo nella vaschetta diventa triste e allora basta mettergli uno specchio e il pesce ridiventa contento.
Entravamo nei negozi dove le varietà più delicate avevano vasche speciali con il termometro e i vermicelli rossi. Scoprivamo esclamazioni che rendevano furibonde le venditrici- più che certe che non avremmo comperato niente a 500 fr. pièce- i comportamenti, gli amori, le forme. Il tempo era deliquescente, qualcosa come cioccolata finissima o pasta d’arancio della Martinica, in cui noi ci ubriacavamo di metafore e di analogie, cercando sempre di penetrarvi. E quel pesce era un perfetto Giotto, ricorderai, e quei due giocavano come due cani di giada, oppure un pesce era l’esatta ombra di una nuvola viola…Scoprivamo come la vita s’insedia in forme prive di terza dimensione, che spariscono se si mettono di taglio lasciando o lasciano appena una piccola riga rosata immobile verticale nell’acqua. Un colpo di pinna e mostruosamente eccolo di nuovo là con occhi baffi pinne e qualche volta uscendogli dal ventre e ondeggiando un nastro trasparente di escremento che non finisce mai di staccarsi, zavorra che all’improvviso li situa fra noi, li strappa alla loro perfezione d’immagini pure, li mette a repentaglio, per dirla con una delle grandi parole che tanto usavamo da quelle parti e in quei giorni.

(da Rayuela- Il gioco del mondo di Julio Cortazar)

Illustrazione a cura di Elisa Gandolfo

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