Workshop teatrale a Sambuca Pistoiese con Lorenzo Acquaviva

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Lorenzo AcquavivaUna residenza suggestiva in mezzo al verde, situata sull’Appennino tosco-emiliano, sei giorni di puro workshop teatrale con l’attore Lorenzo Acquaviva, un’opera shakespeariana spumeggiante, quale “Sogno di una notte di mezza estate”, tutto ciò dal 7 al 12 settembre a Sambuca Pistoiese.

Come è nata l’idea di realizzare questo workshop teatrale? A rispondere è l’attore Lorenzo Acquaviva. 

È iniziata con un mio caro amico di Trieste, Marco Rodriguez, che è un grande amico di Francesco Guccini che sta a Pavana – un posto al confine tra l’Emilia e la Romagna. Il mio amico mi ha portato in questo luogo meraviglioso e poi siamo andati a vedere un posto lì vicino: Sambuca Pistoiese. È un paesino stupendo: un borgo medioevale con una rocca – ricorda un po’ i borghi antichi che ci sono in Istria. Mi sono innamorato, perché è un posto disabitato; subito mi è venuto in mente che cosa fare.
Siccome è da anni che sto lavorando – o in un modo o nell’altro – su “Sogno di una notte di mezza estate”, mi sono detto: “Questo è un luogo meraviglioso per l’opera shakespeariana”. Quindi, visto il posto, mi è venuto in mente il testo. Vicino a questa residenza c’è un convento di suore dove si lavorerà, mangerà, dormirà e si starà tutti assieme. Insomma, cercheremo di creare una micro comunità.

Perché la scelta di un’opera di uno scrittore inglese e non quella di uno italiano?

Bella domanda! In realtà, adesso che mi chiedi questo, mi viene in mente una cosa: io, inizialmente, avevo pensato a “Il deserto dei Tartari”(di Dino Buzzati n.d.r), un romanzo che ho letto da ragazzo e che mi aveva affascinato; qualche anno fa ho rivisto il film restaurato di Valerio Zurlini, che ho trovato meraviglioso. È da un po’ di anni che sto lavorando su “Il deserto dei Tartari”, ero quasi riuscito a realizzarlo, ma a causa di un inghippo, non ho potuto metterlo in scena nella mia versione ridotta, ma non dispero di poterlo fare.
Quindi, vedendo questo posto disabitato, ho pensato a “Il deserto dei Tartari”; poi mi è venuto in mente che è un testo dove ci sono solo uomini e allora – questo è stato il motivo puramente tecnico – ho dovuto ripiegare: non potevo fare un workshop con soli uomini. La prima scelta, perciò, è stata quella di un testo italiano e non teatrale. Come seconda scelta mi è venuto in mente “Sogno di una notte di mezza estate”.

Chi può partecipare a questo workshop?

Io ho l’imprinting dell’Actors Studio: i primi insegnanti con cui ho studiato sono persone provenienti dal metodo Stanislavskij-Strasberg. All’Actors Studio si può partecipare tramite un’audizione e possono farlo tutti; basta avere talento. Perciò, ho pensato che fosse giusto aprire questo workshop a tutti – ovviamente chiedo una lettera motivazionale e un curriculum. Ma, ripeto, chiunque abbia la passione, la voglia di mettersi in gioco in una situazione come questa, ha il diritto di poter partecipare. Quindi, non è un discorso solamente di esperienza professionale, ma anche di attitudine ad un certo tipo di lavoro.

Chi saranno gli insegnanti?

Il sottoscritto, me medesimo, Lorenzo Acquaviva. Sono io (sorride). In questo workshop, l’idea è quella di sperimentare vari metodi: dall’improvvisazione al metodo Strasberg a quello Michail Čechov, e anche un po’ di commedia dell’arte. Credo che alla fine un attore debba creare il proprio metodo, non seguirne uno, ma apprendere dalle varie esperienze che ha fatto nella propria vita, per poi creare il proprio modo, il proprio metodo, la propria modalità di stare in scena, di creare un personaggio. Non sono un ortodosso per il quale esiste questo e quest’altro metodo: penso che esista un modo, un’attitudine al lavoro che poi portano ad uno sviluppo e alla creazione di un percorso.

Che cosa si farà in questi sei giorni?

Al mattino si farà un training e al pomeriggio uno studio sulle scene; mentre l’ultimo giorno si farà, in paese, una messa in scena dell’opera shakespeariana. Ci sarà una selezione di alcune scene da “Sogno di una notte di mezza estate”, che verranno fatte a Sambuca Pistoiese.

Cosa si aspetta da questo evento?

Come già detto, mi aspetto di creare un gruppo di lavoro abbastanza motivato, abbastanza entusiasta, abbastanza curioso da affrontare un testo che è, secondo me, uno dei più estrosi testi di Shakespeare: c’è il mondo magico, il mondo degli artigiani – ovvero quello comico – e il mondo degli innamorati, che si intrecciano in questo groviglio, in questa matassa. Quindi spero di creare un gruppo che abbia tutte queste caratteristiche per prendere un testo – delle parole scritte su un foglio – e renderlo fruibile in un contesto che non sia il palcoscenico. Questo è ciò che mi incuriosisce. È una sfida che mi piace affrontare.

In fin dei conti il teatro è un’arte popolare, nata in strada.

Esatto! Le opere shakespeariane, ad esempio, erano fatte in una certa maniera per far sì che la gente, durante lo spettacolo, potesse andare a mangiare, a bere….erano un po’ le soap opera di adesso. Il teatro una volta era molto più popolare, adesso ha un’accezione talvolta sin troppo intellettuale, ma, in origine, aveva una fruizione popolare. Probabilmente questo mio progetto vuole anche arrivare a questo: far venire la gente a Sambuca Pistoiese a vedere una cosa adatta a tutti. Giustamente, ciò che hai detto sull’arte popolare è molto vera e forse, con il tempo, si è anche un po’ smarrita. Adesso per popolare si intende un qualcosa di scarso valore, invece, secondo me, si può fare una cosa di un certo livello che sia anche popolare. Non necessariamente una cosa bella deve essere per pochi eletti, basti pensare alla commedia all’italiana – quella di Monicelli, di De Sica e via dicendo – era popolare, ma di grande valore. Quindi, le due cose possono coesistere, possono convivere, non escludersi vicendevolmente.

Secondo lei, quali sono le potenzialità del teatro ai giorni d’oggi?

Questa domanda me l’hanno già fatta altre volte; io dico una cosa: il teatro è ormai l’unico rito laico che ci è rimasto, in cui alcune persone scelgono di andare a vedere altre persone che, in qualche modo, fanno accadere qualcosa. Forse un altro rito che abbiamo è la partita di calcio, lo sport, che è un grande rito collettivo. Ma, secondo me, bisognerebbe ritornare a fare teatro riprendendo la parte popolare – quella che troviamo nelle partite di calcio. È questa, a mio parere, la funzione del teatro: vedere delle persone che cercano di far succedere qualcosa, che hanno fatto un percorso, hanno scelto un testo, dei personaggi. Il teatro è uno scambio tra degli attori e degli spettatori. In poche parole: un grande rito.

Perché qualcuno dovrebbe scegliere di fare questo workshop?

Perché, stare sei giorni tutti assieme, in un posto così meraviglioso e suggestivo sull’Appennino tosco-emiliano, sarà un’esperienza molto entusiasmante. Quindi, la prima motivazione sarebbe quella di andare in un bel posto, in questo borgo medioevale in mezzo al bosco, con un’energia meravigliosa; la seconda, quella di stare assieme, avendo l’obiettivo di mettere in scena un testo così interessante ed entusiasmante, penso sia un’esperienza molto bella.

Un sogno…

Un sogno realizzabile (sorride)

Ringrazio Lorenzo Acquaviva per la sua disponibilità e cordialità.

Per iscriversi al workshop mandare una foto, il proprio curriculum e una breve lettera di presentazione a [email protected] Per ulteriori informazioni: 3483050175
Qui l’evento: Residenza teatrale a Sambuca Pistoiese

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