Sandip Bose: Urban 2015, il mondo incorniciato di dotART

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Urban 2015, il concorso fotografico internazionale di dotART tradizionalmente dedicato alla Street Photography organizzato da Stefano Ambroset in collaborazione con photographers.it, vede quest’anno come primo assoluto Sandip Bose , giovane fotografo indiano. Internet ci permette di contattarlo rapidamente, di sentire la sua voce e di chiedergli che cosa sia per lui la fotografia – e, altrettanto rapidamente, di Sandip ci coinvolgono l’entusiasmo e la serietà con cui, pur essendosi avvicinato alla fotografia solo da due anni, si rapporta al mondo dell’immagine. Con Sandip, naturalmente, parliamo di ‘Street’. 

sandy1_cmpSandip, qual’è stata la tua prima esperienza fotografica?

Ho iniziato due anni fa – sono quasi due anni. Avevo provato già con una macchina a pellicola, quella di mio padre, ma solo in occasione delle celebrazioni di famiglia, o delle occasioni passate assieme. Poco, quindi. Due anni fa, però, dopo un viaggio in una località vicina con gli amici, ho sentito che la fotografia per me era qualcosa di più che fotografare gli amici stessi o le feste. Provavo il desiderio di, semplicemente, uscire e cercare cose da fotografare, continuamente. Al ritorno da quel viaggio ho comperato una fotocamera – e ho iniziato, così, con semplicità.

Il primo periodo è stato lo scoprire la mia fotocamera. Poi ho visto delle foto ‘Street’, ho iniziato a leggere molto su quel tipo di fotografia e mi è piaciuta molto. Ho investito quasi un anno del mio tempo studiandola, cercando di comprendere la sua filosofia e che cosa stava alla base, cosa cercava di rappresentare. E sono diventato uno ‘Street Photographer’.

Che stile di fotografia ‘Street’ ti piace di più?

Amo molto la comparazione – la fotografia con cui posso giustapporre, mettere accanto due cose, o due persone o due situazioni complementari. A volte è divertente, a volte diventa interattiva. Ad esempio la foto con cui ho vinto il concorso dotART: cose e soggetti che appaiono simili, ma che sono differenti fra loro.

Sandip Bose - Life in a puddle -KolkataVivi in India?

Si. Sono nato in India, a Kolkata [Calcutta NdR] Per lavoro, poi, mi sono trasferito a Bangalore. Lavoro per una società statunitense che si occupa di tecnologia delle telecomunicazioni. Sono stato in Europa due volte, in Germania, nell’area di Francoforte, e ho potuto vedere anche Amsterdam e il Belgio – Bruxelles, Anversa. Bruges.

E, in queste città, hai fatto un sacco di fotografie.

Si, si. Avrei voluto farne molte di più. Ho avuto poco poco tempo, in alcune di queste città sono rimasto solo un giorno o due. Ad Amsterdam, però, ho dei familiari e ho potuto rimanerci a Natale.

 

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Qual’è la differenza più grande fra l’Europa e l’India? In un contesto fotografico, naturalmente.

In India non hai mai bisogno di aspettare. A volte, trovi subito uno scenario che ti piace, che trovi molto bello, e non fai nient’altro che aspettare per un po’ in modo che dentro alla tua inquadratura passi qualcuno. Immagini la tua composizione, e si realizza con facilità. In Europa, non hai tutti quegli scenari diversi, e non c’è così tanta gente per strada: devi pensare molto, interpretare, e la composizione è sempre minimalista. In Europa, devi incorniciare le cose che vedi con molta cura e in modo che appaiano nel modo che hai immaginato: ti serve molto, molto più tempo e devi cercare il soggetto. In India, trovo moltissimi soggetti, li vedo camminare e fare le loro cose quotidiane e la foto nasce quasi da sola, ci sono tantissime opportunità. In Europa, sento la necessità di lavorare molto sulle geometrie, e, nel momento in cui hai visto una scena e l’hai immaginata nella tua mente, devi attendere molto tempo, aspettare il momento giusto. Ti serve tanta pazienza. Molto, molto più difficile, e molto interessante.

Sandip Bose - Swallowed - FrankfurtHai iniziato, quindi, direttamente con una fotocamera digitale.

Si. Ho fatto qualche esperienza anche con la pellicola, ma molto poco. Voglio provare anche la pellicola, perché molte persone mi hanno detto che aiuta a migliorare: l’avere a disposizione possibilità molto più limitate e solo trentasei foto fa in modo che tu ti concentri di più, che tu scelga meglio la tua fotografia, e quindi mi piacerebbe molto provare con più serietà. Lo farò in un prossimo futuro.

Che fotocamera utilizzi?

Ho una Nikon D7100. Con un obiettivo 35mm.

Una lente perfetta per la ‘Street Photography’.

Si. Non mi piace spendere il mio tempo zoomando. Preferisco sentirmi libero. Se c’è bisogno di avvicinarsi, mi avvicino.

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Bianco e nero o colore?

Amo il bianco e nero. Tre quarti delle mie fotografie sono in bianco e nero. D’altra parte in India, e in modo particolare a Kolkata, la città da cui vengo, c’è molto colore nelle strade. E, di recente, ho iniziato a mettere spesso un po’ di colore nelle mie foto, bilanciando i due sentimenti. Però il bianco e nero rimane il mio preferito.

Vedi l’Europa più in bianco e nero rispetto all’India?

No. Dipende tutto dalla composizione e dal soggetto. Dipende dal fatto di trovare o meno un posto per il colore nella mia composizione. Sento che tutti i posti sono colorati: il luogo dove mi trovo non fa differenza.

Cos’è l’arte per te? La fotografia lo è?

Certamente la fotografia è arte. Ho avuto questa certezza fin da bambino. Già da bambino sentivo il bisogno di fare qualcosa di creativo: per un certo periodo ho scritto poesia, per un altro periodo ho disegnato. Dopo l’inizio del mio lavoro nelle telecomunicazioni, mi sono reso conto che, quando attraversavo una settimana impegnativa al lavoro, avevo bisogno di … ripulire completamente la mia mente. Soddisfare questo desiderio creativo che avevo.
Dal punto di vista della tecnica … certamente conoscere un po’ di tecnica è importante. E’ molto importante, ed è necessario conoscerla per riuscire in alcuni tipi di composizione. Ma l’ottanta per cento della fotografia rimane istinto artistico.

Photoshop e la post produzione?

In realtà, non uso Photoshop. Utilizzo solo Adobe Lightroom, e per il mio bianco e nero uso Silver Efex di Nikon. Con Lightroom mi trovo molto bene, perché le mie necessità sono solo quelle di correggere un po’ l’esposizione, il contrasto – non voglio intervenire su altro. Photoshop è perfetto per l’arte creativa: è qualcosa di diverso dalla fotografia, è più della fotografia. Certo, anche con Photoshop puoi limitarti solo alle correzioni di base, e ci sono persone molto brave nell’utilizzarlo. Ma per me, per un fotografo ‘Street’ come me, non c’è bisogno di usarlo – e non lo uso, non mi piace.

Scrivi ancora poesie?

No, la poesia non fa più parte della mia vita. Per adesso, forse. Da cinque o sei anni non scrivo più.
Di recente ho sentito il bisogno di trasformare la mia fotografia in qualcosa di più, in disegni, o in dipinti, forse. E’ qualcosa che voglio fare, perché mi fa sentire felice.

Sono i tuoi soggetti a entrare nelle tue fotografie, o sei tu a cercarli, a inseguirli?

Non cerco i miei soggetti, non li inseguo, a meno che io non senta che una certa fotografia è molto importante e voglio farla proprio così. Normalmente cerco solo di aspettare il momento giusto e di catturare quello che vedo. Penso sia il mondo a entrare nella mia inquadratura, nella mia macchina fotografica – non sono io a cercare le cose.

Quali sono i tuoi fotografi preferiti?

Alex Webb. Stavo guardando, proprio ieri, i suoi video su come ha realizzato i suoi servizi fotografici nei mercati coreani: c’è così tanto da imparare. E, della comunità indiana, fra le persone della mia nazione che conosco, Vineet Vohra, uno ‘Street Photographer’ indiano brillante che è veramente una fonte d’ispirazione per me.
Fra i fotografi italiani amo Salvatore Matarazzo. È diverso dagli altri, ed è molto particolare il suo uso del flash – di fronte al soggetto.

Usi il flash?

No, non ho ancora sperimentato con il flash. Solo luce naturale.

Imitare, per te, è lecito? È accettabile?

Trarre ispirazione è sempre bello. Copiare non è mai accettabile. Anche perché cercare di riprodurre esattamente le cose che hai visto fare le trasforma in un cliché: ci riesci, e viene uguale, ma sai che non è l’originale, e quindi non ha senso. Guardando le fotografie degli altri impari molto; ma non consiglierei a nessuno di cercare di riprodurre esattamente quello che ha visto nella fotografia di un altro: è già stato fatto, traine ispirazione se vuoi, ma farlo uguale non ha senso.

Com’è iniziata la tua collaborazione con dotART?

Su dotART mi fa veramente piacere rispondere perché si è trattato del primo concorso fotografico internazionale a cui ho partecipato. Ho iniziato da poco; c’è un gruppo, worldstreetphotography.com, che pubblica un foto libro di beneficenza: più di cento fotografi hanno partecipato e due delle mie fotografie sono state scelte, sono stato molto felice – proprio in questo periodo c’è una mostra ad Amburgo. Questo è stato il mio primo passo e mi ha dato la fiducia necessaria per provare qualcosa d’altro. Così, attraverso Internet, sono arrivato a dotART: ho mandato una sola fotografia, ma sentivo che era quella giusta.

Parteciperai alla premiazione del concorso di dotART in Italia?

Ho parlato con Stefano Ambroset e spero di riuscire a farlo. Mi farebbe molto piacere, perché così potrei anche rappresentare la mia nazione di persona.

Cosa suggeriresti a chi si avvicina alla fotografia? Come iniziare?

È successo, di recente, che alcuni ragazzi che hanno visto le mie foto mi abbiano chiesto dei consigli. Come consiglio darei quello di leggere e prepararsi prima di uscire sulla strada: cercare di capire bene che cosa la ‘Street Photography’ sia, comprendendone le basi, prima di andare all’avventura. E guardare le foto dei grandi fotografie – di tutto il mondo, non solo di casa tua. Oggigiorno, con tutti quelli che scattano fotografie, lasciar traccia, fare qualcosa che abbia senso è diventato molto difficile. Ma questa è una sfida, non uno svantaggio. Studia, impara le basi della composizione, impara bene come funziona la tua fotocamera, e poi vai sulla strada.

E le foto fatte con lo Smartphone?

Buona domanda. Me lo sono chiesto anch’io. Di recente ho iniziato a scattare fotografie con l’iPhone, lo uso nei momenti in cui non ho con me la mia fotocamera. Ci sono volte in cui vedo veramente delle cose interessanti in strada, e voglio assolutamente fotografarle: avere lo Smartphone è bellissimo, perché ti permette di non perdere quei momenti. Di solito, non mostro queste foto ad altri, lo faccio per me.

Chi sei, Sandip, in questo mondo di fotografia?

In questo momento, proprio non lo so, è troppo presto … ma, se mi chiedi che cosa vorrei essere in futuro, spero di poter essere un fotografo che riesce a viaggiare e che lascia dei lavori che durino nel tempo. Che siano conosciuti, magari fra quaranta o cinquant’anni. Perché ciò che mi piace fare è documentare la vita del nostro tempo, attorno a me: vorrei che una persona che cerchi, nel 2050, informazioni sul nostro 2015 possa vedere come viviamo attraverso le mie fotografie.

Roberto Srelz © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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