La storia di Anna

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Alberto Burri- Cretto Bianco (1975)

Alberto Burri, Cretto bianco, 1976

Alberto Burri, Cretto bianco, 1976

Gli hawaiani, in passato, erano soliti tatuarsi tre punti neri sulla lingua per esprimere la loro tristezza e profonda sofferenza. In Borneo gli indigeni usavano tatuarsi un occhio, come guida spirituale, sul palmo delle mani, mentre presso i Maori i disegni che gli uomini hanno sui loro corpi stanno ad indicare le conquiste che hanno ottenuto nel corso della propria vita. Fin dai tempi antichi, dunque, i tatuaggi sono sempre stati utilizzati come un mezzo estremamente forte di espressione: possono essere considerati una vera e propria forma d’arte dalle origini antichissime e tutt’oggi, per alcuni, hanno un valore che va ben oltre la semplice estetica (che è un qualcosa di molto personale), e c’è chi, come Anna, questo lo sa molto bene.
Il 6 aprile 2009 Anna aveva tredici anni. Il 6 aprile 2009 Anna si stava preparando, svogliatamente, per l’interrogazione di storia. Per molti di noi questa data non significa niente, ad altri, dotati di una migliore memoria, fa accendere una lampadina, ma per altri ancora questo 6 aprile è stata la data che ha cambiato tutta una vita. Il 6 aprile 2009 alle 3:32 del mattino l’Aquila tremava. Era arrivato il terremoto.
Anna adesso di anni ne ha diciannove e questo terremoto se l’è tatuato sulla pelle. Ha scelto di imprimersi tutto questo addosso, ma non solo il dolore, non solo la paura, Anna ha con se soprattutto il ricordo, il ricordo che in noi lascia chi prima c’era e, una scossa dopo, non c’è più. “Ho sempre amato i tatuaggi – confessa Anna – Ho sempre amato la loro capacità di esprimere un messaggio, un messaggio forte. Sono una forma d’arte e, nel mio caso, ho usato quest’arte per dare voce ad una mancanza. Il terremoto si è portato via Susanna, la mia migliore amica, sua sorella, Benedetta, e poi MariaPaola e Domenico ed io, allora, me li sono “cuciti addosso”. Appena ho compiuto diciotto anni sono andata subito a farmi tatuare; è stata la prima volta in cui ho utilizzato la mia carta d’identità. Non ho avuto esitazioni. Mai. Non ho avuto nemmeno pentimenti. E’ stato il mio modo per esprimere ciò che avevo dentro.”
Alle 3:32 del 6 aprile Anna corre giù per le scale con suo papà, sua mamma ed il suo fratellino. Lei voleva stare sotto lo stipite della porta, ci si protegge così, questo le avevano insegnato, ma non sempre è abbastanza. Questa volta non basta. Mentre scendono una rampa dopo l’altra passano sopra a vetri, a quadri rotti. Nessuno si taglia. Forse questa famiglia era destinata a sopravvivere. Appena arrivati in strada il papà di Anna, un vero e proprio omone, aiuta la vicina ad uscire di casa e poi si mette alla guida: da Bazzano ad Onna, dove abita Susanna, alla ricerca di un paio di pantaloni e una maglietta. Un omone così non può andare in giro in pigiama. Ad Onna ci arrivano dopo poco, ma ciò che vedono è solo un cumulo di macerie. Marcia indietro. A Bazzano c’è un circolo dove di solito si organizzano sagre e feste di paese, quella sera però si trasforma in rifugio… nessuno vuole stare a casa. Anna cerca un telefono, vuole chiamare Susanna. Non immagina niente, nonostante il terribile rombo del terremoto le fischi ancora nelle orecchie, lei non ha paura, non si rende bene conto di ciò che è accaduto. Dalla Puglia arrivano il giorno stesso i nonni di Anna, avvisati dallo zio, e portano con loro cibo e coperte. La nonna, nonostante tutto, resta sempre la nonna.

Alberto Burri, Cretto, 1971-73

Alberto Burri, Cretto, 1971-73

Tutti insieme decidono di tornare ad Onna. Li il terreno è argilloso, il sisma ha dunque fatto molti più danni che a Bazzano, ma nessuno immaginava che fossero così tanti. La strada per arrivare a casa di Susanna è inagibile: macerie ovunque, polvere e case crollate. L’alternativa, dunque, è passare per i campi e così fanno. Da lontano la casa di Susanna, la “casa bunker” come l’aveva definita il padre della ragazza, appare come divisa in tre. Una parte è integra, una è semi crollata e l’altra è totalmente distrutta. Camera di Susanna non c’è più… “Magari era al computer. Si. Sicuramente sarà stata al computer. Quella stanza è salva, intatta!” Ma Susanna non era al computer. Susanna era in camera. Sua madre è accasciata sul tronco di un albero. “Non preoccuparti! La casa si sistema! Stai tranquilla.”

Questo dice Anna alla mamma della sua migliore amica. Anna non pensa al peggio, non ancora. Anna ancora non sa che la donna con cui sta parlando ha appena perso due figlie. Anna ancora non sa che Benedetta, la sorella di Susanna, non doveva nemmeno essere a Onna quella sera. Ma il destino, il fato è davvero crudele. Anna piange. Strappa tutto ciò che ha attorno. Parte. I nonni la portano in Puglia ed insieme ai km scorrono anche i nomi delle vittime alla radio. E’ un viaggio infernale. Ad Anna però resta Domenico, un caro amico, e questo pensiero un po’ la rincuora, fino a quando non scopre che il terremoto ha portato via anche lui e persino MariaPaola.
Anna sogna spesso ciò che rimane della casa di Susanna. Sogna Domenico che la saluta, si volta e la lascia li, sola. Tra un sogno e un altro la mamma di Anna la porta a messa. E’ Pasqua e lei piange, piange e si nasconde. Quella pasquale sarà la prima di tante messe di commemorazione, di tante cerimonie. Anna smette di credere in Dio. Si chiede il perché di ciò che è accaduto ma non sa darsi una risposta, è accaduto e basta.

“Adesso conservo i ricordi belli. Cerco di tenerli stretti a me. Piango spesso a letto, certo, ma preferisco ricordare gli attimi di felicità. I miei rapporti con il cimitero sono rari e spontanei. Ci vado sempre meno perché provo una grande tristezza. Sono materialista e mi è difficile vedere qualcosa di più di un corpo in decomposizione in una cassa di legno. Preferisco ricordare. Preferisco credere che in questo modo, tramite il mio pensiero, loro vivano ancora. Non so dove ma da qualche parte loro esistono ancora.”

È per questo che Anna si è tatuata. Ad alcuni potrà sembrare banale ma per lei quel marchio sulla pelle serve a ricordare e, tramite il ricordo, a far rivivere chi ha amato. C’è chi lo fa con un quadro, con una melodia o ancora con una foto, lei tutto questo se l’è stampato addosso.

 

Francesca Forno  © centoParole Magazine – riproduzione riservata

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One Reply to “La storia di Anna”

  1. cesare ha detto:

    La tragedia del terremoto, la distruzione, la perdita non solo delle case, ma anche e soprattutto delle amicizie. Il dramma di Anna, che non può dimenticare quei momenti tremendi, nel proseguio degli episodi seguiti al fatto, in cui ha perso persino chi amava.
    Ed allora, per ricordare meglio, il tatuaggio del terremoto sulla propria pelle. Una testimonianza indelebile, proprio come l’accaduto che porta impresso nell’animo. E quel tatuaggio, destinato a rimanere impresso sul proprio corpo!

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